Le ultime unità terrestri statunitensi lasciano il Vietnam

800px-Pavnbattledi Camilla Mantegazza

Dopo la rivoluzione cinese, Washington aveva visto nel Vietnam un fronte cruciale del contenimento del comunismo in Asia. Timorosi di un effetto domino nel sudest asiatico, gli Stati Uniti avevano sostenuto l’inutile resistenza del colonialismo francese nell’area. Fu lì che la teoria del contenimento globale di Washington, affinché il comunismo non si disperdesse a macchia d’olio, impostò il suo test decisivo, e fu proprio lì che esso andò incontro alla più grande disfatta, in primo luogo politica e psicologica, che la storia dell’America avesse mai conosciuto.

Una guerra iniziata molto lontano, che registrò, però, alcuni step cruciali, a partire dal 1954 quando, dopo la sconfitta della Francia nell’area indocinese, si ebbe la spartizione del paese. A sud il regime di Saigon, guidato da Ngo Dinh Diem, contadino, estraneo alla modernità occidentale, autoritario e scarsamente popolare, appoggiato dagli Stati Uniti. A nord il regime comunista, capeggiato da Ho Chi Min, erede della lotta di liberazione contro i francesi, con buone carte per presentarsi ad un paese con forti sentimenti nazionalisti quale alfiere della sua unità e indipendenza.

Nel 1959 la situazione di precario equilibrio iniziò a vacillare. Il Nord, con l’appoggio di forze di opposizione del sud, decise di infiltrale uomini e armi verso il regime filo occidentale, spingendo la guerra verso un suo imminente inizio. Si avrebbe voluto riunificare il paese, sotto l’egida di un nazionalismo localmente circoscritto. Ma l’amministrazione Kennedy considerava quello vietnamita un fronte cruciale della guerra fredda e, a partire dal 1961, gli Stati Uniti si impegnarono a fianco di Diem, inviando rifornimento e migliaia di consiglieri militari nel Vietnam del Sud, dove furono istituiti i cosiddetti villaggi strategici, piccoli bastioni rurali in cui vennero trapiantate le famiglie contadine per tentare una modernizzazione del paese.

Intanto il malcontento cresceva, l’impopolarità dilagava e la guerriglia nordvietnamita sembrava incontrastabile. I funzionari civili e militari statunitensi furono così di fronte ad un circolo vizioso. Costruire un Vietnam del sud solido e autosufficiente sembrava impossibile e d’altra parte, l’impegno americano radicava la convinzione che fosse in gioco la credibilità internazionale degli USA: quanto più essi si legavano a Saigon, quanto più alto diveniva il costo politico di un ritiro. Il coinvolgimento, dunque, cresceva a vista d’occhio. Così, Lyndon B. Johnson trasformò quella del Vietnam in una guerra americana su vasta scala. Nell’agosto del 1964, il presidente americano sfruttò un presunto incidente navale nel Golfo del Tonchino, che grandi storici mettono tutt’ora in discussione, per ottenere dal Congresso l’autorizzazione ad utilizzare la forza contro “l’aggressione comunista”. I bombardamenti si intensificarono gradualmente iniziando così quella guerra devastante concentrata quasi esclusivamente nel sud del paese. I costi umani del conflitto iniziarono a suscitare le apprensioni in America, dove, dalla metà degli anni ’60, cominciarono a dilagare le proteste di gruppi studenteschi e religiosi contro la politica di Johnson, la cui determinazione, però, non sembrava spegnersi sino al momento in cui, dopo l’offensiva del Tet, con l’assalto di cento città del Sud, ambasciata statunitense compresa, il presidente annunciò che non si sarebbe ricandidato alle imminenti elezioni politiche.

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Arrivò Nixon, la sua dichiarazione: “non sarò il primo presidente degli Stati Uniti a perdere una guerra” ed infine la vietnamizzazione del conflitto. Diplomazia segreta, dialoghi con Mosca e Pechino e il graduale ritiro delle forze dal sud, terminato l’11 agosto del 1972, momento in cui l’ultima unità terrestre presente sul territorio vietnamita fece ritorno in America. Il Vietnam venne riunificato sotto la guida di Ho Chi Min e dei Vietcong: l’America aveva perso, per la prima volta dalla sua centenaria storia.

Camilla Mantegazza

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