La Dottrina Truman e il mondo diviso in due

Trumandi Camilla Mantegazza

Era il 12 marzo del 1947. La Seconda Guerra Mondiale era finita, sì. Il ricordo vivissimo, la distruzione incalcolabile, la fame bussava alle porte di oggi cittadino, dall’Atlantico al Pacifico. Un dialogo però, sembrava ancora possibile.

Seppur con qualche difficoltà, per tutta la guerra, e per i mesi immediatamente successivi, Stati Uniti e Unione Sovietica avevano fatto credere al mondo intero che una convivenza pacifica, costruita sulla collaborazione, fosse possibile. Non mancarono i dissidi tra l’estate del 1945 e la primavera del 1947, quando gli ex alleati, riuniti intorno ai diversi tavoli negoziali, scoprirono a mano a mano quel che potevano e quel che non potevano ottenere.

Fu proprio qui che l’incommensurabilità delle due visioni divenne palpabile, tramutandosi in diffidenza profonda e, infine, nella convinzione che la cooperazione favorisse i disegni più pericolosi del rivale. La dottrina Truman fu il primo tassello che portò alla proclamazione di un’antitesi antiradicale tra “due modi di vita alternativi e inconciliabili” e all’impegno dell’America a guidare una lotta di un mondo contro l’altro. Con poche frasi il presidente degli Stati Uniti chiuse il dopoguerra, ridefinendo la dinamica internazionale intorno ad un antagonismo bipolare.

Era iniziata quella contesa che Walter Lippmann, autorevole giornalista e studioso di relazioni internazionali, in un suo libro, definì “guerra fredda”. Aveva attinto da altri la definizione, ma da allora essa venne comunemente condivisa per definire lo stato della relazioni tra USA e Unione Sovietica, che vivevano una lotta combattuta con mezzi pacifici, ma con una virulenza, anche propagandistica, tale da suscitare l’impressione che il conflitto potesse definirsi come una guerra.

La goccia che fece traboccare il vaso si verificò ai primi di marzo, quando la Gran Bretagna comunicò di non poter più fornire aiuti al governo conservatore greco in lotta contro le formazioni comuniste armate emerse dalla Resistenza. Gli statisti americani – da tempo convinti di essere i successori dell’Impero Britannico all’egemonia globale- percepirono il ritiro di Londra dal Mediterraneo orientale una sorta di chiamata della e del destino: “dobbiamo assumere la leadership, oppure rinunciarvi”.

E siccome i loro assiomi antisovietici legavano la situazione greca a tutte le fonti circostanti di vulnerabilità, essi elaborarono quella che poi venne definita “dottrina Truman”. Il 12 marzo il Presidente statunitense si rivolse al Congresso, chiedendo di finanziare una missione ad Atene. Nel discorso    gli USA si impegnavano a “sostenere i popoli liberi che intendono resistere a tentativi di soggiogamento da parte di minoranze armate o di pressioni esterne”. Era un appello alla nazione americana, perché accettasse la necessità di una mobilitazione del paese a sostegno della stabilità europea.

La guerra fredda, ora, era realmente e dichiaratamente incominciata.

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