13 novembre 2010 – Aung San Suu Kyi libera

San Suu Kyi “Ciò che conduce l’uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un’umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quale verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere”

“Ho tante cose da dirvi, non ci siamo visti per così tanto tempo”. Così San Suu Kyi, considerata la più importante dissidente al mondo dai tempi di Nelson Mandela, accolse la folla birmana che l’attendeva al varco di quella porta che per anni rimase chiusa, imprigionandola nella sua abitazione di Rangoon.

Era il 1988 quando San Suu Kyi rientrò in Birmania, per accudire la madre, gravemente malata. Era il 1988, il 18 settembre, quando, in seguito alla rivolta 8888, Saw Maung, approfittando dell’immenso potere militare di cui disponeva, effettuò un colpo di Stato per rimpiazzare il governo regolare con il Consiglio di Stato per la restaurazione della Legge e dell’Ordine. Era il 27 settembre del 1988 quando la dissidente birmana fondò la Lega Nazionale per la Democrazia, prevedendo il grande successo che effettivamente ebbe tra la popolazione, schiacciata, censurata e prigioniera. L’anno seguente si svolsero le elezioni: la Lega Nazionale registrò una vittoria secondo la quale San Suu Kye avrebbe dovuto sedere sulla poltrona del Primo Ministro, guidando il paese verso un futuro pienamente democratico. I militari rigettarono il voto, le furono imposti gli arresti domiciliari e continuamente revocati: San Suu Kye era “un pericolo per lo Stato”. Influenzata dal pensiero di Gandhi, promotrice del principio di non violenza come cardine di ogni movimento di dissenso, nel ’91 le fu conferito il Nobel per la Pace, continuando ad essere all’interno della sua obbligata prigionia casalinga il punto di riferimento dell’opposizione alla dittatura. Poi l’11 novembre 2010: la definitiva liberazione. “Il significato politico della mia liberazione è abbastanza semplice: il governo birmano voleva dimostrare che, a modo suo, segue le regole. Ma è accaduto solo perché il focus dell’opinione pubblica mondiale era concentrato su di me. Voglio ricordare che in questo momento ci sono oltre duemila prigionieri politici nelle carceri birmane”. Pochi giorni prima della sua liberazione, le prime elezioni dopo quasi 20 anni, manovrate e manipolate: 7 novembre. Fu questo il motivo della sua liberazione, secondo alcuni tabloid internazionali. Il regime aveva messo al bando la sua candidatura: lei, in risposta, chiese al suo partito e ai suoi sostenitori di boicottare il voto. C’è chi seguì il proprio leader e chi intraprese una diversa strada. La Lega Nazionale per la Democrazia fu sciolta, sia per non essersi registrata nelle liste elettorali sia per non aver accettato di espellere San Suu Kyi dalla militanza: un espediente formale del regime per chiudere i conti con l’opposizione. Nel frattempo, il premio Nobel, che per anni aveva mantenuto un faro acceso in uno dei più autoritari regimi del mondo, venne politicamente indebolita. La liberazione, a questo punto, era necessaria: il prezzo pagato con la sua libertà era ormai divenuto molto più basso del guadagno in termini d’immagine che se ne sarebbe ricavato. Troppe erano le pressioni esterne, Obama era intervenuto, così come tutto le altre cancellerie dei paesi occidentali. Non è stata la resa democratica a portare alla liberazione di Aung San Suu Kye, bensì la forza del regime di Burma.

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