13 ottobre 1820: l’arresto di Silvio Pellico

pellicoNella notte del 13 ottobre 1820, Silvio Pellico venne arrestato a Milano con l’accusa di appartenere alla Carboneria. Una lettera lo tradì, come lo testimoniano le pagine ingiallite del libro scritto dal senatore  Giovanni Arrivabene,

patriota e politico, il quale, ripercorrendo le tappe della sua tortuosa vita, racconta come l’amico Pellico fu arrestato dalla polizia austriaca.

Anche il Senatore Arrivabene, infatti, subì un duro trattamento dalle autorità dell’Impero Austriaco. Nel suo caso per aver commesso il “delitto di non rivelazione”, cioè di non aver denunciato Pellico e altri cospiratori antiaustriaci.

Arrivabene fu esempio di fedeltà e cercò di difendere l’amico Pellico con queste parole: “Come denunciare, tradire l’amico, l’ospite! Che leggi sono queste? Le più immorali del mondo. Mi condannino pure. Mi trovassi mille volte in simil caso, farei mille volte lo stesso”.

La prigionia di Silvio Pellico  terminò il 17 settembre 1830. Quasi dieci anni di reclusione  che ancora oggi possiamo rivivere, in tutta la loro darmmaticità, grazie al famoso volume, “Le mie prigioni”, fortunato testo autobiografico nel quale affiora  il battito immortale del suo coraggio, che all’epoca ha saputo mantenere viva la voglia di libertà nei patrioti stanchi di vedere la penisola italiana vittima delle divisioni interne e dei relativi assolutismi.

Silvio Pellico iniziò la stesura de “Le mie prigioni” nel 1831,  per concluderla un anno dopo,  nel 1832.

pellico2Cosa può fare un libro

“Le mie prigioni” raccontarono, con realismo, la durezza e la disumanità  del carcere austriaco di Spielberg, oggi  Spilberk, cittadina  nella Repubblica Ceca e del regime asburgico.

Il primo ministro austriaco di allora, Metternich,  ammise che il volume danneggiò l’Austria più di una guerra perduta, contribuì a volgere molte simpatie dei salotti e degli intellettuali europei verso i primi moti   risorgimentali italiani.

“Venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro. Alle nove della sera di quel povero venerdì, l’attuario mi consegnò al custode, e questi, condottomi nella stanza a me destinata, si fece da me rimettere con gentile invito, per restituirmeli a tempo debito, orologio, denaro, e ogni altra cosa ch’io avessi in tasca, e m’augurò rispettosamente la buona notte”.

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