15 luglio 1606: nasce Rembrandt

rembrandtIl 15 luglio 1606 nasce Rembrandt Van Rijn: uno di quegli artisti talmente geniali, complessi e sorprendenti da essere materia difficile da maneggiare. Artista versatile, tanto capace di cesellare finemente dettagli, quanto di dipingere con forza arcaica e magmatica. Pittore ed incisore dotato di un senso infallibile per la costruzione teatrale delle sue opere, fossero esse religiose o scene storiche, così come di un enorme capacità di penetrazione psicologica nel ritratto.

Già nell’opera giovanile “Autoritratto con gorgiera“ ci introduce ad uno dei nuclei del suo pensiero pittorico: egli recitava e faceva recitare ruoli e personaggi per trasferirne l’esperienza in pittura. Spesso posava davanti allo specchio cambiandosi abiti e facendo smorfie. Vedeva attori negli uomini e uomini negli attori. Nessun pittore avrebbe compreso l’intima teatralità della vita sociale più di Rembrandt.

Ciò di cui Rembrandt fu incapace fu di venire a patti col gusto frivolo, quello che cambia idea, modaiolo, che pervade ogni epoca. La sua biografia è in tal senso molto eloquente. Avrebbe potuto diventare pittore di corte, ma decise di mettersi in proprio ed andare dove circolava il denaro e dove poteva essere libero: ad Amsterdam. Apre bottega con un mercante d’arte, parente della futura moglie Saskia e lavora ad ogni genere di soggetto.

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Rembrandt van Rijn – Autoritratto con gorgiera – 1629

Indimenticabili ritratti della borghesia dell’epoca escono dalle sue mani. Dapprima con la precisione dell’acuto osservatore e, via via che passano gli anni, con un bisogno intimo ed introspettivo sempre più evidente nella pennellata audace e totalmente libera. E così rivoluziona il ritratto.

Nessun compiacimento, nessuna cosmesi nel ritrarre questa nuova classe in ascesa, che ritrae non mentre “sta”, ma mentre “agisce”:non dimentichiamo che la famosissima “Lezione di anatomia” è in realtà un ritratto su commissione.

Ma ad un certo punto la fortuna gira. In pochi anni muoiono tre figli e la moglie Saskia. Non arrivano più commissioni, si preferiscono dipinti più frivoli e prevedibili, e Rembrandt deve dichiarare fallimento, lasciare la propria casa, vedere dispersa tutta la sua enorme collezione di oggetti e copie di opere d’arte. Deve persino, per una disputa su un ritratto, sottostare al giudizio di una commissione.

Gli giunge un’ultima provvidenziale commissione pubblica: “Il giuramento dei Batavi”, noto anche come “la congiura di Giulio Civile” che doveva rievocare la storia olandese, l’origine di questo popolo, le sue radici.

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Rembrandt van Rijn – “Il giuramento dei Batavi” – 1661

Rembrandt, incurante di convenzioni e buone maniere, ne fa un’opera straordinaria, sfatta, rude, forte e primitiva, pervasa da una luce gialla incredibile. Dopo pochi mesi il dipinto viene però restituito e neppure pagato e Rembrandt fu costretto a tagliarlo per poterne vendere almeno una parte.

Eppure, più le cose vanno storte, più la sua pittura diventa audace e profonda, capace di sondare il mistero dell’esistenza. Sa cogliere il “sangue segreto delle cose”, l’alchimia della vita, con un calore talmente incandescente da potersi bruciare. Nessuna amarezza, nessun rancore, bensì pienezza in senso dello scorrere della vita. Basta guardare uno dei suoi ultimi autoritratti, (ne dipinse nel corso della vita una quantità impressionante) per sentire la forza intensa e la dignità di Rembrandt.

I suoi ultimi dipinti, segnati da grandissimo calore umano e senso della famiglia, non sono certo i lavori di una persona che si è arresa o che si sente finita. Ed a ragione, perché anche la sua opera di rinnovamento della pittura di storia, che Rembrandt riesce a liberare dal classicismo, sebbene incompresa dalla maggior parte dei contemporanei, rimarrà pietra miliare per i futuri innovatori del genere: Goya e Delacroix, per citarne due.

Francesca Guffanti

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