Il rapimento di Aldo Moro

di Fabrizio Annaro

Sono le 9 e 15 del 16 marzo 1978 quando radio e televisione,  interropendo le trasmissioni, danno la tragica notizia del rapimento di Aldo Moro e l’uccisione dei cinque uomini della scorta.
Il paese è sotto shock, ma la reazione è immediata: migliaia di operai, studenti, cittadini si riversarono nelle strade  per protestare contro l’aggressione terroristica.

I brigatisti sono spiazzati: “l’attacco al cuore dello stato”,  come solevano dichiarare, non sortisce i suoi effetti: la classe operaia è contro, contro questo atto di violenza e, anziché innescare la rivoluzione, protesta contro le BR. I sindacati, gli imprenditori, la sinistra storica, i partiti, i giornali manifestano contro la strage  e piangono  sui corpi senza vita degli agenti della scorta.

Anche i gruppi estremistici che guardavano con una certa simpatia al terrorismo rosso, rimangono perplessi e anziché applaudire  preferiscono l’indifferenza.

“Né con lo  Stato né con le Br”  è lo slogan  scelto e ripetuto dai gruppi dell’estrema sinistra, da Potere Operaio, a  Lotta Continua,  da Autonomia ad Avanguardia  Operaia. La potenza di fuoco espressa in via Fani aggiungerà dolore alle già molteplici sofferenze che le azioni terroristiche avevano mietuto. Il rapimento Moro, apice degli attacchi terroristici, siglerà l’inizio della crisi delle BR e ben presto la fine della lotta armata.

Dopo qualche giorno dal rapimento, anche dentro le BR qualcuno inizia a protestare: la colonna Walter Alasia  esprimerà la propria contrarietà all’uccisione di Moro ma, malgrado il fallimento dell’operazione terroristica di via Fani, le Br invece di scegliere la via della clemenza, decideranno di sacrificare la vita di Moro. La strage di via Fani rimane ancora un mistero. Molte cose, malgrado le inchieste e i processi, sono rimaste confuse. Moro aveva più volte chiesto l’auto blindata, cosa che non gli è mai stata concessa. Aldo Moro, politico mite  dal linguaggio complesso, è stato l’uomo del centro sinistra prima (artefice dell’ingresso  dei socialisti di Nenni al governo)  e del dialogo con i comunisti, dopo. Era convinto che per neutralizzare la forza  dei comunisti italiani servisse coinvolgerli nella logica del potere e del governo.

Uno scandalo agli occhi degli americani che, in piena guerra fredda, avrebbero impedito ad ogni costo l’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni. Il 16 marzo, lo stesso giorno della strage di via Fani, nasceva il governo delle larghe intese  con il Pci nella maggioranza ad un passo dal governo.

Nella cella delle BR,  Aldo Moro abbandona il suo linguaggio morbido e contorto, e attraverso le lettere che indirizza ai parenti, amici e  colleghi di partito,  insiste sull’opportunità umana e politica di avviare la trattativa con i suoi sequestratori. Appello rimasto inascoltato, e così Moro corre verso il suo destino che neanche Paolo VI riuscirà a fermare. La famiglia Moro rimane sola nonostante abbia attivato ogni iniziativa “per non lasciar nulla di intentato”.

Infine,  ricordiamo l’angoscia di Leonardo Sciascia, scrittore siciliano, autore di Todo Modo il libro che aveva immaginato la fine del potere democristiano distrutto dalle sue lotte intestine. Se il sacrificio di Moro segnò l’inizio della fine della lotta armata,  rappresentò anche  l’inizio della grande crisi dei partiti storici i cui ideali saranno traditi dalla sete di potere e dalla corruzione.

Sono stato recentemente a Roma e in via Caetani, dove fu ritrovato il corpo senza vita di Moro, c’è una  “fredda” lapide, poco visibile e semi nascosta dalle auto parcheggiate. Un segno di come si vive la Storia nel nostro paese: retorica del passato  con scarsi agganci  con il presente. Forse è per questo che abbiamo poco fiducia nel futuro.

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