18 settembre 1938: Mussolini annuncia le leggi razziali

Mussolini_In_helmet_benito39Era una classica tiepida giornata triestina, quella del 18 settembre del 1938. Eppure, quella giornata settembrina, in quel preciso momento, era carica di un particolare significato, densa di ansia frenetica e traboccante per la trepidazione. Per tutti i triestini, ma non solo. I giovani studenti affollavano la centralissima Piazza dell’Unità, sottostante l’ex quartiere ebraico, così come prescritto dal partito fascista all’interno di un’ambigua e maniacale cornice pagana dal forte sapore nazista: pantaloni corti neri, gambali e stivaloni, camicia, giubbotto o sahariana nera, cinturone e spallaccio ed infine berretto a fiocco. Anche la città era stata addobbata a festa, arricchita da drappi e bandiere sventolanti da ogni finestra, colorata da piante sempre verdi e fiori maturi, schiarita da lumi accesi sui cornicioni delle case e da fuochi propiziatori provenienti da quei colli che immaginiamo aver spinto Trieste sul mare. Infine un grande palco, pronto per accogliere l’arrivo del duce in persona dinnanzi a visi di persone plaudenti e fortemente inconsapevoli.

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Tutto era pronto, quando Mussolini, a bordo del suo personale cacciatorpediniere, attraccò al Molo Audace. Arrivò il momento del discorso e dinnanzi ad una folla dai numeri incontrollabili, resa ancor più rispettabile da una delegazione fascista, pronunciò il suo discorso, con le quali vennero delineate le Leggi Razziali, sorrette su basi teoriche -secondo il Partito- valide. Si legge, infatti, sul primo numero del periodico quindicinale di politica e razzismo “La difesa della razza”: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana”.

E il Capo si mostrò ancora più convinto quel 18 settembre del 1938, davanti ad un incontenibile folla, carico nella convinzione che l’epurazione ebrea fosse parte di una subcultura italiana tutt’altro che marginale e riemersa con prepotente convinzione dopo quell’illusoria conquista etiopica che aveva definitivamente sancito la superiorità della razza bianca: “Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono poveri deficienti ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero; poiché la storia c’insegna che gli imperi si conquistano con le armi ma si tengono con il prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità”.

Era davvero tutto pronto per quello che negli anni fu definito dalle autorità triestine “macchia incancellabile del regime fascista e della monarchia italiana”? Chi era pronto per quelle parole prive di vergogna e pudore che, di lì a poco, avrebbero disegnato un presente di odio ed oppressione? Chi era pronto ad annientare l’intero popolo ebreo, da secoli figlio di quel lembo di terra orientale, da cui nacquero i vari Saba, Svevo, Joyce e Stuparich? Gli ebrei erano pronti? Gli italiani erano pronti a sopportare quel senso di colpa “del male assoluto del XX secolo” che, spesso oscurato, a volte dimenticato, ci siamo caricati sulle spalle? Trieste, forse, non era ancora pronta, ingenua e inconsapevole città di confine, di maggioranza italiana ma unita politicamente al Bel Paese solo dopo la guerra del ’15-’18. Così, dopo lunghi secoli di dominazione e mal gestione asburgica, il patriottismo diveniva nazionalismo che, a sua volta, si identificava con il fascismo. Nell’ingenuità, nell’inconsapevolezza e nell’ignoranza.

Camilla Mantegazza

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