200 anni fa Leopardi compose “L’Infinito”

Oltre 2.800 studenti hanno preso parte, martedì 28 maggio, a una lettura collettiva de L’Infinito, poesia tra le più famose al mondo, in occasione del bicentenario della sua stesura. Lo hanno fatto nella Piazzola del Sabato del Villaggio, su cui si affaccia Casa Leopardi, e lungo tutto il centro storico di Recanati, sua città natale. Un flash mob al quale si sono uniti migliaia di ragazzi e di cittadini di tutt’Italia, ritrovandosi all’interno di istituti scolastici, di biblioteche, nelle piazze e per le strade, per recitare simultaneamente i versi dell’amato componimento. Tutto questo è #200infinito, la giornata organizzata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nata da un’idea della discendente Olimpia Leopardi.

Credo di fare cosa utile alla comunità di Giannella Channel ricordare l’incredibile vicenda della scoperta a Visso (oggi ancora ferita dal recente sisma) dell’originale de L’Infinito, avvenuta ventun anni fa da parte mia (allora cronista per il settimanale Oggi), insieme a quelli delle altre poesie leopardiane nella cassaforte di una banca di Camerino: la mia testimonianza è arricchita da uno splendido fotoreportage di Vittorio Giannella sulle Marche leopardiane.

E’ una cassetta d’acciaio grande quanto un’autoradio il posto buio e senza orizzonti dove ha abitato per mezzo secolo L’Infinito, il manoscritto originale della poesia universalmente più amata e commentata di Giacomo Leopardi.

È toccata al cronista di Oggi l’emozione di assistere alla “liberazione” del prezioso manoscritto, prima tappa per il suo viaggio che lo vedrà lasciare il chiuso caveau di una banca e tornare alla luce a luglio, finalmente e definitivamente, tra i “monti azzurri” di leopardiana memoria, quei Sibillini che oggi sono tra i più incantevoli parchi nazionali di tutta Italia e che ieri furono fonte di “pensieri immensi” e di “dolci sogni” per il poeta.

Così la collana dei luoghi leopardiani, luoghi che si stanno addobbando a festa per celebrare il bicentenario della nascita del poeta (29 giugno 1798) si arricchirà di una nuova perla: Visso, capitale del parco dei Sibillini, stupendo borgo medievale ricco di storia e di opere d’arte, dai cui amministratori sono conservati gelosamente dal lontano 1869 alcuni importanti manoscritti leopardiani a cominciare proprio da L’Infinito.

Come mai quei 15 endecasillabi sciolti e altre carte autografe, che manifestano “situazioni, affezioni, avventure storiche” dell’animo, come il Leopardi stesso scrive, rivelatori dell’intima solitudine di un genio intento a esplorare i meandri del proprio cuore e a fare della natura la sua più cara confidente, erano finiti in questo borgo distante da Recanati? C’entra la reale frequentazione della famiglia Leopardi a Visso, come fa pensare la presenza dello stemma di famiglia Iil leopardo sorreggente un giglio) che appare in più luoghi di Visso? C’entra il fatto che, alcuni decenni dopo la morte del poeta, una figlia del conte Giacomo junior, Maria Giacoma Vincenza, sposò Anton Maria Bonelli di Visso? È forse per questa via che arrivarono qui da Recanati i manoscritti leopardiani? “No”, mi chiarì il sindaco di Visso Alessandro Lucerna, classe 1933.

Arrivarono via Bologna. E va dato merito al mio predecessore di un secolo fa, il sindaco Giovan Battista Gàola-Antinori, che acquistò i manoscritti di sua tasca, per una cifra allora enorme (400 lire) da Prospero Viani, preside del liceo Galvani di Bologna. Viani fu un accanito raccoglitore delle opere leopardiane provenienti dagli amici del poeta tra i quali l’avvocato Pietro Brighenti, proprietario di una tipografia nel capoluogo emiliano, La Stamperia delle Muse, che nel 1826 pubblicò il gruppo di manoscritti destinati all’archivio comunale di Visso.

Nel 1868, trovandosi in difficoltà economiche, Viani fu costretto suo malgrado a disfarsi di una parte della sua raccolta: e cioè i sei Idilli (L’Infinito, La Sera del giorno festivo, La Ricordanza o Alla Luna, Il Sogno, Lo Spavento notturno, La Vita Solitaria), i cinque Sonetti in persona di Ser Pecora fiorentino Beccaio; l’Epistola al conte Carlo Pepoli; la prefazione alla seconda edizione del Commento alle rime del Petrarca e 14 lettere indirizzate all’editore milanese Stella.

Per la vendita, Viani si rivolse al suo amico deputato al Parlamento, l’avvocato Filippo Mariotti. Costui, legato da stima e amicizia con il sindaco di Visso (anche lui deputato) Gàola-Antinori, gli propose l’acquisto dei manoscritti e l’affare fu concluso: 400 lire, con tanto di regolare ricevuta. Il 24 marzo 1869 una lettera di Mariotti accompagna le preziose carte al sindaco di Visso: «Caro amico, ecco i manoscritti leopardiani che Visso conserverà per suo ornamento e per gloria d’Italia“.

Visso li conservò in municipio ma per pochi anni. Perché una giusta preoccupazione per conservare i manoscritti, ha spinto precedenti amministratori a trovare una sistemazione più sicura da eventuali furti. E per questo motivo L’Infinito fu deposto nel dopoguerra in una cassetta di sicurezza di una banca della vicina, nobile Camerino.

Giorgio Marcolini, direttore della centralissima Banca delle Marche, ci accolse sorpreso: “Sono arrivato in questa sede una settimana prima del terremoto che ha scosso parte di Umbria e Marche e abbiamo dovuto dedicare tutti gli sforzi a gestire l’emergenza. Confesso quindi che non avevo avuto il tempo, fino al vostro arrivo, di sapere del tesoro che custodivamo”.

Accompagnato dal sindaco e da me, il direttore scese nel caveau difeso da una porta d’acciaio, giunse davanti alla cassetta con due serrature, inserì la sua chiave seguito dal sindaco che manovrò una seconda chiave ed ecco venire alla luce L’Infinito e le altre carte ingiallite dal tempo.

Un’emozione incancellabile: chi ha visto le cartoline che riproducono l’originale trova che la differenza è come quella che passa tra vedere un amico in fotografia e incontrarlo a quattr’occhi. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle / questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…” Nei 15 endecasillabi, una sola incertezza del poeta: nelle ultime righe, laddove recita: “Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare”, la mano esitante di Giacomo cancella il termine “immensità” e lo sostituisce con “infinità”.

Davanti ai manoscritti, il sindaco s’impegnò a farli tornare a Visso e a trovare una nuova sede più degna per le carte. Impegno mantenuto.

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