22 marzo 1832: addio a Johann Wolfgang von Goethe

di  Camilla Mantegazza

La sua attività fu rivolta alla poetica, al dramma, alla letteratura, alle scienze.  Prolifico anche nella pittura, nella musica e nelle arti. Sulla scia di Leonardo da Vinci, Leon Battista Alberti e dei poliedrici geni che costellarono l’età rinascimentale, Wolfgang von Goethe venne definito da George Eliot “uno dei più grandi letterati tedeschi e l’ultimo uomo universale a camminare sulla terra”.

Uomo di lettere ma erudito in ogni campo. Sperimentò qualsiasi genere letterario, dalla lirica alla tragedia al romanzo, lasciando in ognuno di essi un’impronta indelebile. Attraversò tutte le esperienze culturali del periodo cruciale in cui visse, di cui incarnò sia le nuove tendenze preromantiche sia il gusto neoclassico. Una colossale magnus opus: il Faust. A quest’opera lavorò tutta la vita, dalla prima redazione del 1775, l’Urfaust, al compimento della seconda parte, avvenuto nel 1831, a pochi mesi dalla sua morte.

L’ispirazione venne da una leggenda apparsa alla fine del 1500 in un libro popolare, a sua volta influenzato da un personaggio storico, Georg Faust, oscura figura di un mago vissuto nella Germania del primo Cinquecento. Nel libro, Faust stringe un patto con il diavolo per aver accesso ai segreti della natura e, immerso in un’ottica luterana ortodossa, che allora scuoteva l’Europa, è tinto di oscure luci: esempio della superbia peccaminosa dell’uomo, incapace di muoversi entro i limiti della conoscenza segnata da Dio.

Sporadiche testimonianze durante la prima metà del secolo ne riportano la presenza in luoghi sempre diversi, incessantemente perseguitato dalla legge, fonte di timore per ogni uomo che incontrasse sul suo cammino. Negromante, astrologo, mago, chiromante, veggente. Ciarlatano dalle notevoli doti mediatiche e suggestive. Trovò una morte violenta –secondo la leggenda- la notte del Venerdì Santo del 1540: così, si rafforzò tra le gente il sospetto della veridicità del patto stretto con il diavolo. La sua figura ispirò Marlowe, così come Lessing, oppure Muller e Klinger.

Arrivò poi a Goethe: la leggenda vuole che Faust entrò405px-Faust-Goethe persino del mondo teatrale dei burattini e proprio qui l’artista tedesco ebbe contatto con l’eroica –o antieroica- figura.  Un’opera tormentata, scritta, abbandonata, incompiuta, dimenticata, poi ripresa, riscritta e rielaborata, sino alla morte, sino “alla conclusione dell’impegno capitale”.

Così, secondo la secolare tradizione, il Faust del giovane Goethe avrebbe dovuto essere dannato, ma poi, nella lunga elaborazione subita dal progetto iniziale, la figura si trasformò, arricchendosi straordinariamente di significati. Il Faust, nella rivisitazione goethiana, è rappresentazione di un’umanità insofferente dei limiti posti dalla conoscenza che, nel tentare di superarli, rende onore alle “più nobili aspirazioni dell’uomo”.

Un’attività inesausta, un perenne errare, un continuo tentare: essenza stessa dell’uomo che, al contrario, nell’inerzia e nel compiacimento troverebbe la dannazione. Faust si salva, rompendo i legami con tradizione. E in questo riscatto finale si legge un’esaltazione dello spirito moderno, di quell’ansia di azione e di conoscenza che mai si appaga di un obiettivo già raggiunto. Una delle più grandi opere della letteratura europea e mondiale.

Nulla di più attuale.

 

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