Il culmine della Rivoluzione di Febbraio

Soldiers_demonstration.February_1917di Camilla Mantegazza

Noi stiamo morendo. Abbiamo fame. Moriamo nelle trincee, non si può più tacere. Alla lotta! Scendiamo nelle strade con le bandiere rosse”. Un manifesto –il proclama del 25 febbraio- dice tutto di quella che fu, e di quali furono le cause, della Rivoluzione di Febbraio. Una rivoluzione senza partito, con il carattere di una sollevazione spontanea. Sono scioperi per la pace, scioperi per un’inflazione che annulla il potere di acquisto dei salari, scioperi contro i profittatori di guerra.

Solo rivendicazioni sociali, sindacali, politiche e religiose: fino a che, le truppe zariste non si unirono, per la prima volta nella storia russa, con i manifestati, per abbattere quel regime che stava portando avanti una guerra dissanguante, che aveva marcato le secolari miserie di fame e carestia del popolo russo, privato, ora, di circa 6 milioni di uomini, tra morti, feriti e prigionieri di guerra. Fu proprio la guerra, secondo la maggior parte delle analisi storiografiche, la causa della rivoluzione stessa. E la popolazione russa, con la sua economia profondamente arretrata e l’inadeguatezza del suo esercito, non era in grado di sostenerla e condurla alla vittoria.

Invocata, prevista, temuta da un quarto di secolo, la Rivoluzione Russa scoppiò sul finire del terzo inverno della guerra mondiale. In cinque giorni, il popolo di Pietrogrado riuscì ad abbattere una delle monarchie più potenti della terra, chiusa a riccio nella difesa dell’autocrazia, sotto il comando ormai esautorato di Nicola II, figlio di quella dinastia che aveva in pugno la Russia da oltre tre secoli.

Così, il 23 febbraio del 1917 –secondo il calendario russo-, si diede avvio alla settimana che cambiò definitivamente il Paese. 90.000 manifestanti invocanti il pane invasero la Prospettiva Nevskj, senza nessuna guida, senza nessun organizzazione. Chi avrebbe potuto farlo, si trovava in esilio o confinato in Siberia. Al secondo giorno di agitazione, tutte le fabbriche si fermarono, invase da comizi agitanti bandiere rosse, al suono della marsigliese. “Si tratta di un movimento promosso da teppisti.

Giovinastri corrono per le strade gridando che non c’è pane solo per creare agitazione. Se facesse un po’ più freddo, molto probabilmente sarebbero rimasti tutti a casa. Bisogna dichiarare fermamente agli operai che è proibito scioperare e che in caso di infrazione saranno mandati al fronte per punizione” telegrafò la zarina a Nicola II, impegnato con le armi. Terzo e quarto giorno: l’intervento dei cosacchi, spargimenti di sangue e il sogno della Rivoluzione. Si arrivò così al quinto e ultimo giorno di insurrezione: 27 febbraio 1917.

L’esercito ne fu il protagonista: gli ufficiali fraternizzarono con le truppe, alcuni militari uscirono dalle caserme per unirsi ai dimostranti, gli operai ricevettero armi dai soldati ammutinati. Gli insorti si impadronirono progressivamente della città, liberando i prigionieri politici raccolti nella fortezza di Pietro e Paolo. I soldati arrestarono ufficiali e i militari zaristi.

Poche ore più tardi, la folla si trovò al Palazzo di Inverno e, dopo aver attraversato l’immensa piazza e varcato l’ampio portone, senza incontrare resistenza, mandarono in frantumi le insegne imperiali. Sul palazzo venne innalzato un grande triangolo di cotone rosso. Al prezzo di 1455 tra morti e feriti, in meno di una settimana, il popolo di Pietrogrado aveva abbattuto il regime zarista.

Camilla Mantegazza

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