7 dicembre 1941 attacco a Pearl Harbor: è guerra mondiale

Attacco_a_Pearl_HarborIn America non è festa nazionale, ma le scuole statunitensi issano la bandiera a mezz’asta. Il 7 dicembre del 1941 è ricordato come il “giorno dell’infamia”. Pearl Harbor è distrutta. Da quel giorno l’America cambiò e con essa mutarono tutti i rapporti mondiali.

Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, durante la sua campagna elettorale, aveva assicurato a una nazione fieramente pacifista che i suoi figli non sarebbero andati a morire in nessun teatro di guerra straniero. Il Congresso americano nel 1935, come fosse un’azione preventiva, aveva iniziato ad approvare una serie di “Atti di Neutralità” che proibivano ai cittadini di vendere o trasportare armamenti verso qualsiasi paese belligerante. Il ricordo degli anni della Prima Guerra mondiale -con tutte le sue conseguenze politiche ed economiche- era ancora indelebile, in quella generazione che ne era stata la protagonista. La diffidenza verso l’Europa, che, ad eccezione della Finlandia, non aveva ancora completato il pagamento dei debiti contratti durante il precedente conflitto, era altissima.

L’8 dicembre, però, le carte in tavola cambiarono. In un solo giorno. La chiamata di Washington al fronte fu presentata alla popolazione come un dovere morale per riscattare l’onore degli uomini annientati dalla flotta giapponese a Pearl Harbor e come una definitiva occasione per farsi garante della democrazia in Europa. La guerra divenne così formalmente mondiale e l’America iniziò a giocare il ruolo di prima potenza nel sistema internazionale, scrivendo le pagine della storia.PearlHarbor

O perlomeno, di questo sembrò convincersi l’opinione pubblica. Non si può ignorare che già prima del fatidico 7 dicembre 1941 l’America stava dirigendo, con l’arma economica, le dinamiche della guerra. La Gran Bretagna era troppo debole per affrontare il pericolo nazista da sola. L’America non poteva mostrarsi impassibile dinnanzi ai successi hitleriani, dinnanzi ad un’Inghilterra che sembrava scivolare sempre di più verso il baratro. Un legame di sangue, quello tra USA e Gran Bretagna. La posta in gioco era troppo alta, una politica isolazionista non aveva ragione d’essere.

Il comando giapponese forse sottovalutò la potenza americana oppure non riuscì a realizzare quel colpo mortale che si era prefissato, ma, sicuramente, in un primo momento s’illuse di poter intraprendere la strada per la conquista del Pacifico, dopo aver momentaneamente messo in un angolo il nemico d’oceano. I servizi segreti americani avevano avuto notizia della decisione giapponese ma non del luogo dell’attacco. Del resto, a quel punto, ogni tentativo di fermare il corso della storia sarebbe stato inutile. Le successive polemiche in ordine del fatto che Roosevelt avesse precedentemente conosciuto le intenzioni dei suoi avversari e non avesse fatto nulla per prevenirle, allo scopo di eludere i vincoli istituzionali rispetto all’entrata in guerra degli USA, sembrano essere, con tutte le cautele che la storia ci impone, prive di fondamento. Conoscere una politica aggressiva, non significa esserne compartecipi. Forse Roosevelt avrebbe potuto intuire che l’offensiva giapponese si sarebbe rivolta contro il grosso della flotta americana, ancorata a Pearl Harbor, ma, forse, poteva anche pensare che l’Impero del Sol Levante non avrebbe osato attaccare un bersaglio così imponente.

L’ambasciatore Nomura consegnò la dichiarazione di guerra 20 minuti prima dell’ora prevista per l’azione. 4 corazzate affondate, 4 seriamente danneggiate. 11 navi messe fuori combattimento. 188 aerei distrutti al suolo.  3000 morti circa, tra militari e civili. Ma le portaerei si salvarono, la svolta a favore dell’America si sarebbe rivelata vicinissima. E il Giappone avrebbe pagato con due bombe atomiche quell’imperdonabile 7 dicembre 1941, il “giorno dell’infamia”.

Camilla Mantegazza

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