A pugni col mondo

di Giacomo Orlandini

La stella nascente del basket Luol Sender ha annunciato che non parteciperà alle olimpiadi di Città del Messico ‘68? Ma non è il sogno di ogni atleta? La risposta è sì, ma alcuni di quegli atleti sono animati dallo spirito delle Black Panthers (il movimento rivoluzionario afroamericano) e quell’occasione vogliono sfruttarla come vetrina per la loro lotta antirazzista. La contestazione nera nello sport ha un mandante: il sociologo nero Harry Edwards, professore della San José State University. Il college è soprannominato “Speed City” perché sforna velocisti di livello mondiale. Tra gli studenti, infatti, si distinguono le promesse dell’atletica leggera Tommie Smith e John Carlos.

Tommie, aspirante padre, è riflessivo, calmo, un ottimo studente di sociologia che parla poco e sorride molto ma non dà confidenza a nessuno. John, invece, è un casinista, litiga spesso e dice quello che pensa a tutti. Già laureato all’università della strada, a scuola va male: soffre di un problema di dislessia, ma a nessun college interessano troppo i voti di un ragazzo nero come John, basta che corra e vinca. Ed è lo stesso per Tommie, anche se è un ottimo studente e passa le ore in biblioteca. Il college di “Speed City” sforna macchine da medaglia. Smith e Carlos devono correre senza pensare al resto. Amici, compagni di scuola e di squadra, entrambi seguono con ammirazione i consigli del prof. Edwards.

In quegli anni il rapporto tra studenti neri e studenti bianchi nelle università americane è del 3%, e ai primi è permesso frequentare solamente ottenendo una borsa di studio sportiva. Tommy Smith, con tutti i suoi record di velocità e una figlia in arrivo, è escluso dagli alloggi del campus perché vietati ai neri. Nessun genitore, infatti, avrebbe permesso ai propri figli di dormire nello stesso edificio di un afroamericano.

Sono gli anni in cui la battaglia per i diritti civili, in particolare per quelli degli afroamericani, ha raggiunto il suo apice. La marcia di Selma susseguita da rivolte in oltre 100 città americane, gli assassinii di Martin Luther King e dei fratelli Kennedy e la guerra in Vietnam scatenano la protesta giovanile del Sessantotto. 

Il professor Edwards dice ai suoi ragazzi che nella protesta bisogna metterci il corpo, perché la performance è la principale arma rivoluzionaria. Fonda l’Olympic Project for Human Rights (OPHR), un’organizzazione anti-segregazione che esorta gli atleti neri a boicottare le Olimpiadi di Città del Messico. Smith e Carlos, due tra i più forti velocisti del tempo, decidono di aderire al progetto del professore. Edwards convoca a Los Angeles gli atleti di colore che hanno aderito all’OPHR scatenando un caso mediatico. Gli atleti sono intrappolati tra due fuochi: da una parte ricevono lettere minatorie dalla comunità nera che li esorta a non gareggiare ai giochi, dall’altra il resto degli americani pretende la loro partecipazione. Per diversi mesi, prima dei Giochi, il boicottaggio alle Olimpiadi è sembrato davvero possibile e ha terrorizzato l‘establishment bianco dello sport. Poi, però, le cose sono precipitate: molti atleti neri, tra cui  Luol Senders, hanno progressivamente mollato, per paura, per il desiderio di una medaglia, per la speranza di un ingaggio nel football o nel basket. Persino il professor Harry Edwards decide di non accompagnare i suoi studenti in Messico dopo aver trovato i suoi cani ammazzati davanti all’ingresso di casa.

E così, il boicottaggio ai giochi è saltato. I campioni neri degli Stati Uniti si lasciano  con un messaggio: “In Messico, ciascuno sarà libero di protestare come crede”. Smith e Carlos sanno benissimo che non si limiteranno a correre lo devono al professore, lo devono a loro stessi, alla rilevanza del momento. Quando mai avranno ancora occasione di parlare al mondo intero in nome dei diritti civili?

Sono le 20.49 del 16 ottobre 1968, nello stadio Olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivano primo e terzo nella finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi. Smith stabilisce il nuovo record del mondo, con 19,83 secondi, che rimarrà imbattuto per 21 anni. Carlos, con i suoi 20,10 secondi, arriva dietro all’australiano Peter Norman.

Nello spogliatoio il duo spiega a Peter Norman la protesta che hanno deciso di inscenare. Norman chiede e ottiene la spilla dell’OPHR ignaro delle conseguenze che avrebbe comportato questo gesto. I due scelgono diversi accorgimenti simbolici per partecipare alla premiazione: ci vanno scalzi e con delle calze nere, per rappresentare la povertà degli afroamericani; al polso portano bracciali dai colori africani per rammentare le catene della schiavitù, indossano collane per ricordare i neri impiccati e linciati nel corso dei secoli a causa della discriminazione. Smith indossa una sciarpa nera, mentre Carlos si sbottona la tuta per dimostrare solidarietà ai lavoratori americani; Carlos però quel giorno dimentica i suoi guanti così Smith, dietro suggerimento di Norman gliene presta uno.

Dopo essere saliti sul podio per la premiazione Smith e Carlos ricevono le medaglie, si girano verso l’enorme bandiera statunitense appesa sopra gli spalti e aspettano l’inizio dell’inno. Quando le note di The Star-Spangled Banner risuonano nello stadio, Smith e Carlos abbassano la testa e alzano un pugno chiuso, indossando i guanti neri. Smith trema di paura e prega.  Carlos invece è vigile, felino, pronto a reagire. Dopo un anno di minacce sanno che sul podio saranno dei bersagli facili, forse per gli stessi fucili che hanno ucciso Martin Luther King. Quando l’inno finisce e i due atleti escono dallo stadio, ancora con il pugno chiuso, gli spettatori americani presenti in tribuna li coprono di insulti e fischi. 

I due pugni sono arrivati uno allo stomaco del Comitato Olimpico l’altro a quello degli Stati Uniti. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) chiede subito l’esclusione di Smith e Carlo  dal villaggio olimpico e la loro sospensione dalla squadra americana, per aver fatto una manifestazione politica alle Olimpiadi. All’inizio il Comitato Olimpico degli Stati Uniti si rifiutò, ma dovette adattarsi di fronte alle pressioni del CIO, presieduto dallo statunitense Avery Brundage, un personaggio controverso che nel 1936 si era opposto al boicottaggio delle Olimpiadi ospitate dalla Germania nazista.

Una volta che Smith e Carlos tornano a casa tutti voltano loro le spalle, nessuno vuole essere accomunato ai due ribelli che non hanno guardato la bandiera.  Ricevono insulti, minacce di morte, proiettili per  posta. Entrambi hanno mogli e figli da mantenere, sono disperati e senza soldi, perché nessuno concede loro un lavoro né un prestito. Sono soli contro il mondo. 

Tommie si giostra nel football per tre anni prima di riuscire a riemergere con ciò che ha sempre saputo fare: l’atletica, diventando allenatore. John  finisce a fare la sicurezza davanti ai locali notturni,  poi prova anche lui con la NFL, ma si rompe i legamenti del ginocchio. Anche Norman, al ritorno in Australia, riceve insulti e minacce  e ci sono opinioni che sia stato escluso dalle Olimpiadi del 1972 per via della protesta.

Ma è il tempo a dar loro ragione. Nei decenni successivi ricevono premi e riconoscimenti per la loro protesta. Nel 2005 l’Università di San José ha eretto una grande statua in loro onore.

L’influenza del gesto di Smith e Carlos è percepibile ancora oggi: ne è un esempio il caso dei giocatori afroamericani di football inginocchiati durante l’inno americano, una delle storie sportive dell’anno scorso. L’immagine è stata riprodotta su magliette, murales, libri e poster.

Oggi Smith e Carlos scrivono libri sulla loro storia, tengono discorsi nei College, raccontano il loro gesto, che non è stato un atto di ribellione o di incitazione alla violenza – come molti si ostinano a dire – ma un disperato grido di aiuto. Non  la protesta di due anti-americani, ma il grido di dolore di due americani che chiedevano un paese migliore. Quei secondi sul podio sono sorprendenti. In quel gesto muto, immobile, tanti afroamericani hanno visto la speranza.

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