“Abbraccialo per me”: intervista al regista Vittorio Sindoni

f36bd00396Talmente reale da non lasciarmi dormire. Sto parlando del film autoprodotto da Vittorio Sindoni “ Abbraccialo per me”, avente per tema principale la malattia psichica dissociativa di Francesco, detto “Ciccio Tamburo”.

La redazione di Scaccomatto ha intervistato il regista prima della proiezione del film, cercando, con le sue domande, di comprendere ma non anticipare un film che, a detta di Sindoni, “deve essere amato”. L’intervista è stata a mio parere molto interessante; le risposte, anche alle provocazioni, intriganti. Mi è piaciuto in particolare quando la distinzione tra malattia intellettiva e non mentale, perché “mentale fa rima con criminale”, è stata spiegata dal regista come un modo per definire criminali coloro che non hanno un gesto, un pensiero, un sorriso, una carezza verso persone con difficoltà.

Sindoni si è confidato, parlando di suo figlio Daniele, affetto da autismo, dimostrandosi padre iper-protettivo. La genialità di un regista nella sua ultima opera cinematografica e l’umanità di un padre che ama fare “grattini” sul collo a Daniele soltanto per strappargli un sorriso. Il film, a mio parere, è ben costruito nell’intreccio e nella trama, ma ahimé destinato ad un pubblico da selezionare poiché alcune persone, rivedendosi nei ricoveri, nelle terapie, nella disgregazione famigliare, possono cadere in una chiave di lettura del film troppo tragica e spaventosa. Ad esempio, permane nella mia mente la scena, avente protagonista Ciccio, che si affaccia dietro le sbarre della finestra del reparto di psichiatria.

Si vede inoltre Stefania Rocca, che interpreta la madre di Ciccio Caterina, sempre più distrutta e consumata perché incapace di accettare al realtà. Caterina nutre un attaccamento iper-protettivo verso il figlio, e sembra non vederne la malattia. Inoltre la sceneggiatura è ambientata in un piccolo paese siciliano, ove , probabilmente, non c’è né preparazione né strutture né mentalità idonee a supportare talune fragilità patologiche. Ed ecco che interviene la sorella di Ciccio talmente forte e determinata da sembrare un personaggio irreale. E’ proprio lei a trovare una casa-famiglia per il benessere del fratello, provocando un distacco netto dalla madre, la quale è disperata perché vive solo in funzione del figlio. Si tratta di un finale a mio parere molto netto, che non lascia spazio a possibilità intermedie. Avrei viceversa preferito che fosse più aperto, soprattutto immedesimandomi in tutte le mamme di figli fragili e in grossa difficoltà.

Il film mi è piaciuto, ma non posso negare che ha suscitato in me sentimenti di commozione, ma soprattutto di ansia e angoscia. Come nell’“Urlo” di Munch, durante la visione, ho percorso una strada per ritrovarmi infine di fronte ad uno specchio…ahimé senza riuscire ad urlare.

Monica

Abbiamo conosciuto Vittorio Sindoni, regista cinematografico e televisivo, che con il film “Abbraccialo per me” ha concluso il suo percorso di regista. Gli abbiamo posto delle domande sul perché ha scelto proprio il tema della disabilità psichica. “Ho un figlio autistico e sono sensibile alle sue difficoltà, mi comporto come una mamma con lui.”[…]”…Volevo anche raccontare una storia famigliare, e mi sono ispirato alla storia vera di un ragazzo ammalato di sindrome dissociativa, chiamato Ciccio, che vive nel nostro Sud Italia.”

Il protagonista è Moise Curia, bravissimo secondo me nel suo personaggio, perché nonostante il ruolo molto impegnativo e la sua giovane età è riuscito a sostenere e far convergere su di sé anche gli altri attori. Terminata la visione del film il regista ha commentato le altre figure della storia, dicendo: “ Tutti avevano ragione” pur sostenendo punti di vista abbastanza distanti tra loro. Questo mi ha fatto pensare di non essere diversa da nessuna persona che vive la sua fatica di esistere.

Loretta

 

imagesMercoledì al cine-teatro “Capitol” di Monza è stato presentato e proiettato il film del regista Vittorio Sindoni  “Abbraccialo per me”.

Ispirato a una storia vera, il film racconta la vita di un ragazzo portatore di disabilità di nome Francesco, ma soprannominato da tutti “Ciccio Tamburo” per il suo stravagante modo di vivere la realtà e per la sua forte passione per la batteria.

Ciccio viene descritto come un ragazzo diverso alle prese con sé stesso per un disturbo dissociativo, dimostrando le prime difficoltà dell’infanzia per poi proiettarsi per tutta la durata del film fini alla sua adolescenza. Non è un ragazzo superficiale, ma anzi buono ed eternamente solo verso il suo malessere.

Una madre iperprotettiva, quasi troppo a mio parere, un padre più assente e disorientato, e più vicino alla vita di tutti i giorni.

Non è facile parlare di disabilità se non ci si è passati, come per esempio avere un figlio “particolare”; Ciccio non viene accettato da tutti, perché forse siamo noi in primis che non ci vogliamo così tanto bene, che non accettiamo noi stessi per come siamo fatti.

Il finale ci fa capire che spesso e volentieri in certi disturbi e malattie non si riesce ad uscirne pienamente, ma bisogna invece saper gestire il disagio e conviverci magari con l’aiuto di altri.

Il regista con questo film vuole sensibilizzare notevolmente le persone nei confronti del disagio psichico, soprattutto verso le persone ritenute “diverse”, forse perchè non aderiscono pienamente ai canoni classici della cosiddetta “normalità” pur essendo estremamente speciali. Vittorio Sindoni fa un invito e una richiesta: “Quando  incontrate una persona speciale e particolare, non voltatevi dall’altra parte ma cercate se possibile di dare a loro una dolce carezza”. A me viene da dire: regalate loro veri momenti d’affetto.

Gianluca

 

 

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