Accoglienza: il modello brianzolo e l’incontro

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di Francesca Radaelli

Desiderio, bisogno, necessità. Sono le tre parole scelte dalla Caritas Monza come filo conduttore del percorso di riflessione e formazione dedicato al tema del ‘migrare’ in tutta la sua complessità. Iniziato nell’ottobre dello scorso anno, il ciclo di incontri si è concluso  online lo scorso lunedì 23 novembre. Dopo le diverse analisi del fenomeno migratorio nella sua dimensione geopolitica, l’appuntamento finale è stato incentrato sulle pratiche di accoglienza nel nostro territorio, come ha spiegato don Augusto Panzeri, introducendo l’incontro. Buone pratiche, finalizzate a “un’accoglienza intelligente e lungimirante”, come ha ricordato don Augusto, a cui hanno partecipato cooperative, associazioni, la stessa Caritas.

Don Augusto Panzeri

A parlare nella serata conclusiva del ciclo di incontri sono proprio i rappresentanti di chi in Brianza costruisce l’accoglienza: Massimiliano Giacomello, del Consorzio Comunità Brianza, Tommaso Castoldi della cooperativa Pop e Paola Porta della cooperativa Novomillennio.

Dal mondo all’Italia. E poi?

L’ingresso irregolare è l’unica possibilità per i migranti che vogliono arrivare in Italia, spiega Massimiliano Giacomello delineando il percorso compiuto dalla maggior parte di chi entra nel nostro Paese: avviene dall’Africa, passando per la Libia e il Mediterraneo, oppure dall’Asia -da Pakistan, Bangladesh, Afghanistan –  attraverso la rotta balcanica, che recentemente ha ripreso quota. Arrivati nel nostro Paese, vengono ripartiti nelle regioni italiane e, come primo passaggio, effettuano la richiesta di protezione internazionale. Sono tre le possibili forme di protezione: la protezione speciale (un permesso temporaneo), la protezione sussidiaria (in caso di guerre nel Paese d’origine, per esempio) e l‘asilo politico (riconducibile a motivi personali).

Massimiliano Giacomello

 

In Italia, spiega Giacomello, l’accoglienza di queste persone dovrebbe avvenire in un sistema ordinario: quello dello Sprar, rinominato recentemente Siproimi. Questo sistema prevede una ripartizione dei migranti sul territorio e funziona secondo precise istruzioni. “Il problema è che  questo servizio deve avere come capofila un ente municipale che si candidi ad avere un’esperienza di accoglienza sul proprio territorio: spesso agli amministratori manca il coraggio di fare questo passo. E così quello che dovrebbe essere il modello base dell’accoglienza in Italia, in realtà riesce a coprire solo il 20% dei posti”. Interviene allora la prefettura, attivando nei territori i centri di accoglienza straordinaria. E’ in questo frangente che in Brianza è nata la rete Bonvena, che ha riunito diverse cooperative, consorzi e associazioni, con l’obiettivo di creare delle comunità di accoglienza delle persone. Cercando di evitare il pericolo della ghettizzazione, e andando ben oltre le richieste della prefettura. Una delle iniziative messe in campo da Bonvena in questo senso è stata il Fondo Hope: “E’ un fondo interamente finanziato da noi: abbiamo messo un euro al giorno per offrire  tirocini, borse di studio, attività di formazione, autonomia abitativa. In totale circa 1,5 milioni di euro”.

Il modello “brianzolo”

Ma come funziona l’accoglienza in Brianza? A spiegarlo nel dettaglio è Tommaso Castoldi: “L’obiettivo per noi è che queste persone  rimangano sul territorio nel modo più autonomo possibile: per questo puntiamo a diffondere i migranti sul territorio brianzolo, in piccole comunità, all’interno degli appartamenti, in modo che si possano inserire in un tessuto sociale già esistente”.

Tommaso Castoldi

Il percorso verso l’autonomia prevede step successivi: dai centri collettivi fino agli appartamenti da quattro, sei, otto persone. Il progressivo inserimento passa attraverso i corsi di italiano, i percorsi di volontariato, ma anche l’inserimento in squadre sportive, fino all’ingresso nel mondo del lavoro, grazie al fondo Hope.  “Con le leggi Salvini c’è stato un taglio dei servizi che abbiamo potuto fornire ma le linee guida della nostra azione rimangono queste. Negli ultimi tempi, con la diminuzione degli arrivi, stiamo dando spazio anche ad altre iniziative: dal lavoro sulle persone, in previsione dell’uscita dall’accoglienza, alla formazione culturale dei cittadini sulle migrazioni”. In quest’ultimo filone si inserisce il libro fotografico dal titolo “Al lavoro” realizzato dalla Cooperativa Pop  sulle persone che, grazie al periodo dell’accoglienza, hanno trovato un lavoro continuativo.

Famiglie, ragazze e ‘corridoi’: la complessità dei bisogni

Non solo giovani ragazzi maschi arrivano in Brianza: il territorio è chiamato a confrontarsi anche con le famiglie di migranti. Famiglie che, spiega Paola Porta di Novomillennio, hanno bisogni complessi e diversificati: in Italia si cerca non solo il lavoro per i genitori, ma anche l’educazione per i figli, che devono essere sostenuti nel passaggio delicato a nuova cultura. “La difficoltà è proprio gestire questo sradicamento, che è forte, ma anche fortemente voluto. C’è una volontà di inclusione che è un buon punto di partenza. Come anche il fatto che generalmente le famiglie sono più accettate dal territorio rispetto ai ragazzi soli”.

Discorso diverso per l’accoglienza delle ragazze nigeriane, spesso vittime di tratta: “Sono molto fragili, molto giovani ma con un passato esperienziale di alta sofferenza. È difficile creare clima di fiducia, spesso conducono una doppia vita che anche per noi è difficile da scoprire”.

Paola Porta

Problematica, forse più del previsto, si è rivelata l’esperienza dei corridoi umanitari. La cooperativa si è occupata dell’accoglienza di un piccolo nucleo originario dell’Eritrea: “A differenza di tutti gli altri migranti, che hanno avuto percorso lungo e faticoso, queste persone sono arrivate con l’aereo a Roma. L’inclusione è stata molto più complicata, a causa di uno sradicamento molto forte. Probabilmente il fatto di partire da un contesto  culturale e arrivare in un altro totalmente diverso nel giro di poche ora crea uno spaesamento poi difficile da trattare. Ci siamo scontrati con il rifiuto verso la nuova lingua, con i problemi con l’alimentazione. Insomma, ci si trova a rispondere a bisogni complessi e diversificati a seconda della provenienza e delle aspettative delle persone.”

In equilibrio come giocolieri

Nelle esperienze in Brianza abbiamo tentato di essere accoglienti nello stile dell’incontro”, sottolinea don Augusto. “Magari mantenendo un profilo un po’ basso, ma rispettoso. È così che si apre lo spazio per l’ascolto di un racconto di vita”.

E i racconti che si trovano ad ascoltare gli operatori dell’accoglienza sono spesso tragici e dolorosi.

 Storie che “a pensarci, non  dormi la notte”, dice Massimiliano Giacomello: “Spesso non siamo preparati a gestire questi racconti. A volte occorre ‘salvare la sanità mentale degli operatori’. Personalmente sono colpito dalla forza di queste persone, a volte quasi incomprensibile per noi”.

Si percepisce subito quando il viaggio è stato fortemente voluto, così come la forza delle persone che lo vogliono. E a volte il rapporto con chi riesce a intraprendere un percorso di vita in Italia si consolida una volta usciti dal percorso di accoglienza, spiega Tommaso Castoldi.

Sicuramente l’incontro è qualcosa che “spiazza”, che porta a una continua ricerca di equilibrio: “E’ come essere dei giocolieri”, sottolinea Paola Porta,una continua ricerca di equilibrio. Per chi lavora con i migranti la sfida è non farsi travolgere dalle loro storie. E provare ad accompagnarli verso una nuova vita”.