‘Adagio’ al teatro Binario 7: la morte in nove drammetti

adagio-andrea-corbetta-1wdi Francesca Radaelli

Una dramma da prendere alla lontana. Così la drammaturga italo-svizzera Emanuelle Delle Piane spiega il concetto di ‘drammetto’, parola da lei inventata per l’occasione. E l’occasione è ‘Adagio’, il testo teatrale di cui è autrice, in scena questo weekend al teatro Binario 7 di Monza, una produzione del teatro della Tosse di Genova, con Sara Cianfriglia, Mauro Lamantia, Aldo Ottobrino e Sarah Pesca. Lo spettacolo si articola in nove ‘drammetti’, per l’appunto, ispirati a nove adagio musicali, diretti dai tre giovani registi Yuri D’Agostino, Elisa D’Andrea ed Elisabetta Granara.

La morte è il solo filo conduttore che lega i nove spezzoni. Un tema, di per sé,  decisamente serio e impegnativo, ma che lo spettacolo intende, appunto, prendere ‘alla lontana’, con leggerezza, senza approfondire troppo gli aspetti più tragici e dolorosi della questione e calcando la mano invece sui risvolti spesso comici delle situazioni, piuttosto surreali, che vedono le persone alle prese con la ‘nera signora’ in vari contesti, dalla visita al  cimitero ai preparativi per l’annunciata e imminente morte della propria madre. E così nella cornice di una scenografia fatta di statue senza testa e orologi diroccati, che ricorda tanto certi paesaggi muti e inquietanti dei quadri di De Chirico, va in scena soprattutto l’assurdità, estremizzata e portata spesso al livello di farsa, di certi comportamenti umani di fronte al passaggio a miglior vita.

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Il fidanzato arrogante che porta la futura moglie alla tomba di famiglia per presentarla ai suoi genitori e che, al termine della visita, le rimprovera di non aver fatto una bella impressione. La donna per cui il funerale è soprattutto un’occasione mondana per commentare l’abbigliamento dei parenti del morto, o per sfoggiare ‘mise’ che faranno certo parlare per giorni. La signora che si reca nel negozio di abbigliamento a comprare la camicetta da indossare per il suo ‘ultimo viaggio’.

adagio-foto-andreacorbettaLa coppia di defunti ‘imprigionati’ in una statua di marmo, i due aspiranti suicidi che tutti i giorni si danno appuntamento per togliersi la vita, i coniugi che hanno progettato di morire insieme, pianificando ogni cosa, ma che si trovano a dover risolvere il problema del gatto. E poi le figlie impegnate a discutere sul modello di bara da scegliere per la madre ormai spacciata, mamma e figlio alle prese con la nonna in fin di vita, uno in preda all’angoscia, l’altra all’impazienza, l’uomo in visita al forno crematorio, terrorizzato all’idea che i morti possano prendere vita.

I nove drammetti scorrono veloci, mantenendosi in superficie e trattando un argomento così delicato con molta ironia e una buona dose di cinismo. A sfilare in passerella non sono personaggi complessi o particolarmente addolorati per il destino altrui, piuttosto esseri umani un po’ vanesi e parecchio egoisti che di fronte alla morte, propria o delle persone vicine, sembrano pensare unicamente a se stessi, o al massimo al proprio gatto. Dando spesso il peggio di sé, incuranti di chi li circonda. Perché, dopotutto, quando si muore si muore soli.

Foto di Andrea Corbetta

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