Addio classe operaia e sempre più diseguaglianze

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di Daniela Zanuso

E’ sparita la classe operaia e anche la piccola borghesia è difficilmente individuabile in un panorama in cui le diseguaglianze sono in continuo aumento. La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte proprio in questi due gruppi in via di estinzione.  E’ il rapporto annuale Istat 2017 che evidenzia la disgregazione dei gruppi tradizionali ma anche un Paese che non ha più mobilità sociale, dove il lavoro e la “discendenza” sono le due grandi discriminanti per elevarsi socialmente.

E’ anche il quadro di un Paese che invecchia, dove il 22% della popolazione ha oltre i 65 anni, la quota più alta nella Unione Europea. E’ sempre più evidente il divario tra chi lavora e chi no, tanto che il 70% degli under 35 vive ancora con i genitori. Sono 3,6 milioni le famiglie senza lavoro che vivono di rendite, affitti o contributo sociale.

L’Istat suddivide le 25.775 famiglie in due grandi classi: 10.240, pari al 40%, sono formate da operai, disoccupati o persone inattive, il rimanente 60% sono invece pensionati, impiegati, dirigenti, quadri  imprenditori e lavoratori autonomi.

A loro volta i due grandi gruppi di famiglie si suddividono in 9 classi sociali. Il gruppo più corposo è infatti quello degli operai in pensione (5,8 milioni di famiglie pari a 10,5 milioni di persone), età media 72 anni e un reddito medio vicino a quello nazionale.

Segue la classe gli impiegati (4,6 milioni di famiglie pari a 12,2 milioni di persone), età media 46 anni, in genere coppie con figli dove c’è un buon tenore di vita.

Sempre seguendo la logica dei numeri, il terzo gruppo è composto da anziani soli e giovani disoccupati. SI tratta di 3,5 milioni di famiglie pari a 5,4 milioni di persone che, nella maggior parte dei casi, vivono sole. Il reddito è basso con rischio di povertà in 4 casi su 10.

La quarta classe è formata dai cosiddetti “giovani blu-collar” 2,9 milioni di famiglie per un totale di 6,2 milioni di persone. In genere giovani operai con una certa omogeneità di reddito e a minor rischio di povertà rispetto alla media nazionale. 

Il quinto gruppo è quello delle “pensioni d’argento“, 2,4 milioni di famiglie per un totale di oltre 5 milioni di persone, con età pari a 65 anni, alto livello di istruzione e di reddito dove chi guadagna di più è proprio chi si è ritirato dal lavoro.

Le famiglie a basso reddito sono un gruppo numeroso in termini di presenza di componenti: 1,9 milioni di famiglie per un totale di 8,3 milioni di persone. Il titolo di studio è basso e il reddito 30% sotto la media nazionale.

Poco distante per numero di famiglie (1,8 milioni) la classe dirigente: composte da coppie con figli conviventi hanno mediamente 56 anni e sono laureati. Il reddito è del 70% superiore a quello nazionale.

Gli ultimi due gruppi sono rappresentati da famiglie con almeno uno straniero: sono 1,8 milioni per un totale di 4,7 milioni di individui. Spesso vivono soli e si trovano nelle condizioni economiche peggiori (reddito -40% rispetto alla media). E infine il gruppo più esiguo: famiglie di provincia formate perlopiù da artigiani e piccoli commercianti con scarso benessere.

Dettagliato e analitico, il rapporto suggerisce ed apre ad altre possibilità di lettura, ma quello che ne scaturisce è essenzialmente un’Italia  “bloccata”  dove si paga il ritardo nella ripresa e dove la bassa natalità non ci aiuta a intravedere un futuro migliore.

 

 

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