Adozione: storia di una seconda chance

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Essere un figlio adottivo non è uno scherzo; è un segno del destino. Perché se sei un figlio adottivo non puoi permetterti di essere una brutta persona. Vi vedo già sconvolti. Cosa c’entra questo, mi chiedete, con l’adozione?

C’entra eccome. Perché se sei un figlio adottivo sei un Lazzaro resuscitato. Tutto per te poteva essere già scritto, tra le mura di un orfanotrofio o tra le lamiere di una baraccopoli. Se i “se” fossero soltanto se, probabilmente non avresti mai conosciuto una donna da chiamare “mamma” ed un uomo da chiamare “padre”. Se i “se” fossero soltanto tali, avresti affrontato realmente ogni giorno come se fosse stato l’ultimo. E invece la vita, vedendoti, ha urlato un sonoro ”no”.

Un “no” grosso una casa, così potente che gli altri dovrebbero potertelo leggere negli occhi. Tu devi essere quel “no”. Perché no, non sei caduto: sei risorto. Una risurrezione più sociale e fisica che corporea, ma sempre una resurrezione. Se sei un figlio adottato hai la capacità di riscrivere la storia, la tua storia.

E proprio per questo, amici, se sei figlio adottivo non puoi diventare un idiota. E non lo devi fare per la “nuova vera famiglia”, né per una qualche specie di eterna gratitudine. Lo devi fare per te. Perché a quasi nessuno viene data la possibilità di vivere due volte, o meglio di ri-vivere. Questa non è una favola Disney; questa è la vita reale. E se sei un figlio adottivo devi cercare di fare qualcosa.

Perché è bello sapere di potersi permettere un piede in due scarpe, perché avere nel cuore i famosi due mondi ti fa capire quanto sia importante conoscere, aprirsi, esplorare. Perché è bello sapere che le buoni azioni esistono ancora, che il cambiamento non solo è possibile ma che non fa più paura.

E non credere, alla storia del “se non lo partorisci non è tuo“. L’atto di partorire  non racchiude in sé il segreto di essere una buona madre. Pensaci, amico mio. Cosa ricorderai di tua madre? Cosa rimarrà nel tuo cuore per tutta la vita? Ricorderai il suo profumo, le sue raccomandazioni, le notti insonni che passava per te. Il suo piangere ed il suo essere nervosa, quel modo strano in cui rideva e la tenerezza che cercava sempre di condividere. E’ questo che determina chi è madre e chi non lo è.

Qualcuno mi chiede se ho mai cercato mia madre, “quella vera“. Quasi parlassimo di opere d’arte, di capolavori della scultura: gli originali, le copie ed i falsi. No, vi dico, non l’ho mai cercata e non ne vedo il motivo.

Conosco gli occhi in pena per me, le mani che mi accarezzano la fronte quando sto male, le labbra che ogni sera mi sfiorano la fronte prima di dormire. Conosco i baffi che mi osservano a pranzo, riconosco il passo di chi “in casa porta i pantaloni”. Cosa dovrei andare a cercare, avendo già tutto questo?

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