Album

albumdi Aldo Germani

Lo scaffale è quello in alto, dove da tanto non passi uno straccio e le ragnatele hanno vita facile vicino al soffitto. Alzi la testa e hai almeno venti album davanti: copertine in lana cotta, lacci e dorsini in cuoio, un miscuglio disunito di forme e colori. Sei rientrata e quell’album è lì, storto e impolverato sul tavolo, un dente saltato dalla fila variopinta là sopra. Appoggi le chiavi e la borsa, sei già in ritardo per ciò che hai programmato di fare,  ti chiedi scocciata chi l’ha preso senza rimetterlo a posto, ma intanto ti siedi.

Ci passi la mano sopra prima di aprirlo, come fosse un rito necessario, indugiando un ultimo istante prima di venire risucchiata in un viaggio nel tempo a cui sai di non sapere resistere.

Scosti la prima velina e ti tuffi nell’acqua alta. L’istinto è lo stesso: trattieni il fiato e cominci a nuotare. Immersa in un liquido denso affronti il fluire dei ricordi: impetuoso, veemente, destabilizzante.

Ogni immagine ne evoca altre cento, ogni foto è un frammento di vita incagliato al setaccio di una reflex che purtroppo non usi da un po’. Matilde, che ora si trucca prima di uscire, ha il trucco in volto di un costume da bruco. Dov’è finita? Non lo chiedi a nessuno, lo pensi e basta, ma lo vuoi sapere: era qui un attimo fa. Quei capelli, quel faccino nella foto dopo, le mani alle caviglie seduta su un gradino, i sandali bianchi che le hai comprato per la comunione di suo cugino. Sorridi, perché ricordi pure com’eri vestita tu, anche se nella foto non si vede.

Muovi le pagine piano, assapori ogni scatto, ti infili in una foto alla volta, dentro i dettagli a recuperare le emozioni che vi sono rimaste attaccate. C’è uno scarto di mezzo secondo tra ogni immagine e la sequenza a cui è stata strappata, una pausa in cui metti a fuoco la scena e ti lasci scappare ogni volta un “è vero!”. La ripeschi dalla tua testa, la confronti con ciò che hai davanti e combaciano. Fai la prova a ogni foto, fai scorrere ricordi e verifichi che sia quello giusto: non è che non ti fidi, è il piacere che ti procura il sormonto, tornare là dietro con la scusa di sovrapporre una foto all’istante in cui è stata scattata, e approfittare del viaggio per fermarti lì un po’, ad accarezzare idealmente chi adesso non si fa più quasi nemmeno toccare. Ti guarda dalla foto e sorride dentro i suoi quattro anni, ha il cuore leggero e la stessa buffa espressione di adesso quando è soprapensiero. È di una bellezza sconvolgente, e il caldo in cui ti sciogli è il bene che ti ha fatto averla data al mondo. Contempli scatti tutto sommato mediocri, a volte sfuocati, primi piani lontani, eppure la luce sembra giusta ogni volta; allora come adesso sai che non è merito tuo: la porta con sé, illumina per dote naturale, sei sua madre e hai il privilegio di illuderti che sia una creatura incantevole.

Volti l’ultima pagina e boccheggi il tempo che serve a riadattarti al presente, agli oggetti che tornano a riempire il soggiorno, a quel che sei diventata:  dodici anni e una figlia adolescente dopo.

Chiudi l’album, ci passi sopra di nuovo la mano e lo lasci lì, fuori posto come un’impronta inattesa sulla sabbia bagnata.

 

www.aldogermani.it

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