Aldo Moro, dopo oltre quarant’anni ancora tanti misteri

di Laurenzo Ticca

Sono trascorsi oltre quarant’anni dall’assassinio Aldo Moro. Di quei cinquantacinque giorni (dal 16 marzo al 9 maggio del ’78) la cronaca ha raccontato tutto. L’agguato in via Fani, la strage della scorta, i depistaggi, gli errori nelle indagini (fin troppo sospetti per essere considerati veri) e, infine, l’esecuzione del Presidente della Dc.

Ciò che resta nell’ombra è invece quell’oscuro intreccio di poteri che accompagnò l’agonia di Moro. Osservatori non imparziali e non disinteressati si mossero nell’ombra e, forse, determinarono l’esito dell’intera vicenda. 

E’ impossibile ricordare tutti i nodi irrisolti della vicenda Moro. Basta soffermarsi solo su un capitolo, quello relativo al cosiddetto “memoriale”.

Le Br “interrogarono” il presidente della Dc. Le sue risposte, le sue note confluirono tutte o in parte in un documento che nel 1979 gli uomini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa trovarono in un covo delle Br in via Montenevoso a Milano.

Si trattava di materiale dattiloscritto. Undici anni dopo, nel 1990 nello stesso appartamento, durante lavori di ristrutturazione, furono trovate le fotocopie degli interrogatori di Aldo Moro.  Come è stato possibile? Quei locali non erano stati setacciati da cima a fondo? E non è tutto: prima il dattiloscritto, poi le fotocopie. E l’originale? Che fine ha fatto? Le Br non l’hanno mai diffuso.

Lo avevano ancora loro o è finito in altre mani? Ciò che abbiano letto è tutto? O qualche parte, omessa, è stata utilizzata per ricattare qualcuno? Ipotesi, soltanto ipotesi che rimandano alla convinzione, di molti, che oltre alle Br, nella vicenda Moro abbiano operato altri soggetti, interni e internazionali.

Dobbiamo ricordare che Mino Pecorelli, giornalista legato ai servizi segreti, assassinato, scrisse che: “E’ Yalta che ha deciso via Fani?”. Dobbiamo ricordare che tutti i capi dei servizi erano iscritti alla P2?

Moro era convinto che gli equilibri politici emersi dal dopoguerra non garantissero più la stabilità del Paese. Era necessario coinvolgere in qualche modo il Pci? Fu questo progetto che ne decretò la condanna a morte? Ipotesi si è detto. Resta il fatto che con l’assassinio di Moro la prima Repubblica entra in crisi.  

Poi verranno il crollo del Muro di Berlino, la fine del comunismo, Tangentopoli e la dissoluzione dei partiti che avevano costituto la spina dorsale della Repubblica nata dalla Resistenza e che quei valori avevano tradito.  

L’Italia si sarebbe trovata ad affrontare eventi cruciali in una sorta di vuoto politico nel quale lentamente affioravano populismo, egoismo, ricerca del consenso con ogni mezzo. Soggetti nuovi e spregiudicati si profilavano all’orizzonte. Non è più storia. È cronaca d’oggi.  

 

 

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