Antonia Mulas, la gloria si fa inquieta

 di Daniela Annaro

I volteggi del marmo, illuminati  solamente dal sole, tra ombra e luce, seducono lo spettatore. Lo scatto è firmato da Antonia Mulas, grande fotografa, ma anche documentarista e artista. Siamo nella Basilica di San Pietro, a Roma,  dove Nini Mulas, così la conoscevano i suoi estimatori, tra il 1977 e l’anno successivo,  realizza un particolare reportage. Il suo obiettivo immortala particolari, dettagli, di grandi opere d’arte lì conservate.  Statue di  Gianlorenzo Bernini , Antonio Canova , Francesco Messina vengono reintepretati dall’obiettivo della Mulas.

Un viaggio di quattro secoli attraverso  le immagini di Antonia, scomparsa  nel 2014 a 75 anni. Una sequenza  lunga di nove metri  è esposta ora alla Galleria San Fedele di Milano,  E, oltre a quel lavoro, ci sono quindici stampe degli anni Ottanta , altre due al Museo San Fedele,  due fotografie  di Antonia e del marito, Ugo Mulas. (Fino al 5 febbraio 2017).

“Da questi racconti in frammenti  – scrivono i curatori Manuela Gandini e Andrea dall’Asta – emerge come un senso di vuoto, una sorta di ambiguità soffusa. Una fragilità nervosa si impone al cuore della magniloquenza di gesti solenni e retorici. La gloria si fa inquieta.

E questa inquietudine, questa ricerca originale, è annunciata subito, sin dal titolo della mostra: “Antonia Mulas. San Pietro: la gloria si fa inquieta “.

“Volti e arti deformati da estasi o dolore evocano l’esperienza umana attraversata dal divino, le ore del quotidiano sembrano scorrere sulla pelle dei santi. E’ un racconto scuro, sublime e sensuale che attinge alla profondità dell’anima”. Spiegano i curatori.

Antonia Mulas, Nini,  in questa rassegna , esattamente come in altri lavori, dimostra tutto il suo talento. Racconta di una personale visione del mondo. Un talento vissuto – crediamo – all’ombra del marito, Ugo Mulas, anche lui grande fotografo.  Si erano conoscuiti nel 1958 al bar Jaimaca , in Brera, luogo frequentato negli anni Sessanta dagli artisti che allora vivevano nel quartiere. Trentenne lui, poco più che ventenne lei, entrambi fotografi. Alla morte prematura di Ugo, nel 1973, con le figlie ne ha curato l’archivio.

Ma la sua vita professionale è andata avanti con importanti cicli come questo dedicato alla statuaria della Basilica di San Pietro. E con altri personalissimi lavori e mostre di fotografia sul Muro di Berlino, scatti eseguiti a metà degli anni Settanta, su Sabra e Chatila, con i ritratti di Arafat, o di artisti come Arnaldo Pomodoro, Fausto Melotti, Piero Consagra. Da autentica  testimone del proprio tempo.

 

 

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