”Antonia Vita” un esempio che parla da sé

di Elena Borravicchio

Antonia Vita onlus” di Monza compie 25 anni. Il 25 maggio del 1993, infatti, madre Lidia, canossiana, costituì un piccolo centro di libera aggregazione giovanile, in piazza Citterio, a due passi dall’Istituto Maddalena di Canossa, per venire incontro alle esigenze educative dei ragazzi, intitolandolo alla madre canossiana Antonia Vita.

Dall’educazione dipende ordinariamente la condotta di tutta la vita” diceva, infatti, la fondatrice delle Figlie e Figli della Carità, Maddalena di Canossa, che, alla fine del 1770, abbandonò le ricchezze della nobile e illustre famiglia d’origine, per dedicarsi ai poveri dei quartieri periferici di Verona e, nel giro di pochi anni, di molte città del Nord Italia. La sua speciale dedizione agli ultimi contraddistinse fin da principio la sua opera con alcune attività specifiche: la scuola di carità per la promozione integrale della persona; la catechesi; l’assistenza alle ammalate negli ospedali; i seminari per formare giovani maestre di campagna; esercizi spirituali annuali per le dame dell’alta nobiltà, per stimolarle spiritualmente e coinvolgerle nelle opere caritative. Dopo tre secoli, e la diffusione nei cinque continenti, la spiritualità delle Canossiane non è cambiata e continua ad animare iniziative rivolte a chi ha bisogno.

”Antonia Vita” è un esempio che parla da sé. Dopo pochi anni, i primi ragazzi che frequentavano il centro crebbero tanto, da doversi trasferire nei locali del vicino Convento del Carrobiolo, messi a disposizione da padre Eugenio Brambilla, in vicolo Carrobiolo 2, dove tuttora si trova. Qui, accanto al CAG (centro di aggregazione giovanile), nacque successivamente la scuola popolare e, nel giro di qualche anno, la semiresidenzialità. Come a dire: “se si nota un’esigenza, si trova una soluzione”.

E di soluzioni se ne intende la responsabile di “Antonia Vita”, Simona Ravizza, classe 1975 che scherza così: “dal 2010, quando assunsi la dirigenza, i numeri sono raddoppiati: abbiamo il doppio degli utenti, il doppio degli operatori, il doppio dei fatturati. Se lavorassi in un’azienda privata sarei già finita sui giornali: “Caso dell’anno: giovane manager raddoppia il fatturato e chiude il bilancio in attivo”. E rileva un problema tipicamente italiano: “Se il Terzo Settore non si sa comunicare in maniera adeguata è colpa nostra. L’Italia ha una storia di associazionismo cattolico che altri paesi non conoscono e questo, nel bene e nel male, ha segnato la nostra percezione delle associazioni di volontariato. Il Terzo Settore è ancora percepito in maniera spesso scorretta: onlus uguale gratis. Se non facciamo noi lo scarto tra volontariato e professionismo, la sovrapposizione tra volontariato e beneficienza rimane”. E continua: “Sfido a trovare dipendenti così motivati e così competenti, come quelli del nostro settore, in altre realtà. Tutti gli operatori che lavorano qui hanno in media una laurea a un master”. E snocciola un elenco di lauree in Giurisprudenza, Filosofia, Storia dell’Arte, Psicologia, master sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e dottorati all’estero, conseguiti dagli operatori del Centro. “Prima della mia generazione, il Terzo Settore non c’era: noi abbiamo conquistato i posti, ci siamo inventati le competenze. Oggi i giovani hanno “noi”, che dobbiamo arrivare alla pensione! Una cosa è inserirsi in un contesto, un’altra trovare una tela vuota e sentirsi dire, come capitava a noi, “fai quello che vuoi”. Oggi dobbiamo ricostruire, investire in professionalità. Qui per esempio, turnano di continuo stagisti, tirocinanti e ragazzi dell’alternanza scuola/lavoro. E’ importante valorizzare le competenze. Ho iniziato a strutturarlo in contratti a tempo determinato di un anno, che successivamente trasformavo in contratti a tempo indeterminato. Io avevo ricevuto fiducia all’inizio della mia carriera, io davo fiducia agli altri”.

Il Terzo Settore è infatti andato strutturandosi nel tempo e la recente legge Iori, entrata in vigore a gennaio, ha finalmente colmato la lacuna legislativa circa la figura dell’educatore, delineando i tre profili professionali di: educatore socio-pedagogico, educatore socio-sanitario e pedagogista. “Mi auguro che la nuova legge aiuterà a cambiare prospettiva – sottolinea Simona –  noi forniamo servizi alle famiglie e alla società, a fronte di competenze specifiche, che ci devono essere riconosciute, dagli utenti e dalle istituzioni”.

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