Appello dei ricercatori: più #ScienzaInParlamento

da Giannella Channel

Dai vaccini alle cellule staminali, dall’energia alla sicurezza informatica: spesso, sempre più spesso, l’approvazione di una nuova legge chiama in campo competenze di tipo scientifico. Per questo è necessario che, come analoghi organismi di altri paesi, anche il Parlamento italiano abbia un ufficio indipendente di consulenza scientifica e tecnologica. A chiederlo è #ScienzaInParlamento, una petizione lanciata su Change.org da tre giovani ricercatori italiani emigrati all’estero (Ruggero Bettinardi, Muvraline, Parigi; Alessandro Allegra, University College London e Harvard Kennedy School; e Casimiro Vizzini, Unesco, Parigi) che forse proprio per questo hanno colto l’urgenza che anche l’Italia si dotasse di un organo indipendente di informazione scientifica. Al loro fianco alcuni giornalisti scientifici (il loro organismo istituzionale di riferimento è l’UGIS: ugis.it).

“Se ci guardiamo intorno, molti Paesi hanno da tempo strutture di questo tipo”, dicono i promotori di #ScienzaInParlamento. “Le troviamo in Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Austria, Norvegia, Svizzera, Danimarca, e nello stesso parlamento europeo”. Più recentemente paesi come Spagna, Messico e Cile stanno costituendo uffici di documentazione scientifica, mentre negli Stati Uniti il Congresso riavrà presto un servizio di consulenza scientifica dopo anni di inattività.

“La presenza di solide competenze scientifiche anche nel nostro Parlamento, oltre a informare correttamente i politici possibilmente prima di importanti leggi e decisioni, aiuta tutta la società a contrastare più efficacemente il diffondersi di fake news su temi attinenti la salute e la scienza”, ha commentato il filosofo della scienza nell’ateneo di Padova Telmo Pievani (nella foto d’apertura), tra i primi firmatari dell’appello.

Una volta raccolte altre firme, l’appello verrà presentato dai promotori al Parlamento italiano.

Per aderire all’appello: change.org/p/appello-scienzainparlamento

Il mio credo da cronista: vivere, raccontare l’800mo ciclo medio di vita dell’umanità

Io credo  nel giornalismo che, con scienza e coscienza, con studiosa curiosità e sempre in buona fede, racconta a milioni di persone come funziona il mondo in cui viviamo.

Io credo nel lavoro di cronisti che, più che i grandi problemi della scienza, trattano in maniera avvincente e onesta le cose vicine alla vita quotidiana.

Ci credo così tanto che, dopo un breve periodo di cronista, diciamo così “generalista”, ho dedicato gran parte della mia attività professionale, proprio al giornalismo dell’attualità scientifica e tecnologica, naturalistica e geografica.

Sono nati così i “Grandi Atlanti scientifici” (dello spazio, di Leonardo, del sole, degli animali, della medicina, della tecnologia) che avevano fatto dell’Europeo dei miei anni il settimanale più orientato verso le scienze e la tecnologia (e chi fecero meritare, nel 1985, la direzione di quella mitica testata). È nato così Genius, il mensile scientifico-culturale del Gruppo L’Espresso, che nel 1984 aveva esplorato le nuove frontiere dell’intelligenza combinando la cultura scientifica e quella cultura umanistica da cui provengo. Ha navigato su questa rotta, dal 1986 al 1994, Airone, il mensile della natura e delle civiltà, che costituì a suo tempo il maggior successo editoriale del dopoguerra. Ho portato questa visione nel primo settimanale della famiglia italiana, Oggi, dove ho esordito nei primi anni Settanta e poi, chiamato dallo storico direttore Paolo Occhipinti, sono tornato a lavorare in redazione per sette anni (dal 2000 al 2007) come responsabile delle pagine di cultura e scienze.

Il mio credo non è dovuto a un atteggiamento fideistico ma poggia su un pilastro a sua volta solidamente scientifico, come mi ha trasmesso uno dei miei ammirati compagni di viaggio, Piero Angela. Viviamo in un’era per molti versi fantastica: ci tocca raccontare, progettare, vivere l’800mo ciclo medio di vita dell’umanità, il più stupefacente. È stato calcolato che se tutti gli anni dell’esistenza sul pianeta dell’Homo sapiens sapiens venissero suddivisi in cicli medi di vita di approssimativamente 62 anni, sarebbero esistiti circa 800 di tali cicli. Di questi 800 cicli, ben 65 furono trascorsi nelle caverne. Soltanto durante gli ultimi 70 cicli è stato possibile stabilire comunicazioni efficaci da un’esistenza all’altra come ha consentito di fare la scrittura. Soltanto durante gli ultimi 6 cicli medi di vita le masse umane hanno veduto una parola stampata. E solamente negli ultimi 4 cicli è stato possibile misurare il tempo con una qualche precisione. Solamente negli ultimi 2 l’uomo ha impiegato il motore elettrico. E la stragrande maggioranza di tutti i beni materiali che utilizziamo oggi nell’esistenza quotidiana è stata prodotta nel ciclo medio di vita attuale, l’800mo.

Questo 800mo ciclo medio segna una netta rottura con tutta la precedente esperienza umana. Per vari motivi: alcuni molto positivi (per esempio, il 90 per cento degli scienziati di tutti i tempi vive in questa nostra epoca, un esperto ha calcolato che sul pianeta sono al lavoro circa 25 milioni di ricercatori e di ingegneri). È un dato che da solo giustifica il grande lavoro che c’è da fare da parte dei giornalisti che si occupano di scienze.

L’800mo ciclo segna una rottura anche perché, nel suo corso, il rapporto tra uomo e risorse si è capovolto. Questa rottura fa sì che l’800mo ciclo sia un’era per molti versi traumatica: i ritmi super – accelerati di cambiamento sconvolgono le strutture socioeconomiche dei Paesi e creano disagi per milioni di persone, psicologicamente normali, colpite dallo choc del futuro (la diagnosi la firmò nel 1970 lo studioso americano Alvin Toffler).

Ci sono due storie, di un uomo e di una donna, che metaforicamente possono essere indicati come simboli di questo versante negativo del ciclo: nel marzo del 1967, in Canada, un bambino di 11 anni morì di vecchiaia. Ricky Gallant era, cronologicamente, appena undicenne, ma soffriva di una strana malattia chiamata “progerìa”(invecchiamento precoce) e presentava molte caratteristiche di un individuo novantenne. I sintomi della progeria sono la senilità, le arterie indurite, la calvizie, la pelle floscia e rugosa. In effetti, Ricky era un vecchio quando morì, una lunga esistenza di mutamenti biologici essendo stata compressa nei suoi brevi 11 anni. Anche Isabella Ceola, 28 anni, è morta di vecchiaia nel ’97 a Bologna. Il suo certificato di morte porta come diagnosi “senilità precoce”. I casi di progeria sono molto rari, per fortuna. Eppure, in senso metaforico, le società tecnicamente progredite soffrono tutte di questa singolare malattia. Non che crescano vecchie o senili,  ma stanno sperimentando ritmi super – normali di cambiamento. Così l’800mo ciclo ha due volti ben distinti: da una parte quello dei cambiamenti straordinari, in grado di liberare come non mai la creatività dell’ uomo e di produrre nuova intelligenza in una reazione a catena che può migliorare la vita di tutti. Dall’altra paure e ansie, choc e insicurezze diffuse tanto che non sorprende che Torino, l’ex capitale industriale d’Italia, registri un tasso record di cultori di scienze occulte.

Per vincere questa sfida serve una scienza e una tecnologia amica e comunicatori che sappiano guardare a esse affinché diventino non strumenti di asservimento e di guerra, ma strumenti per liberare l’umanità dalla povertà, dalla fatica, dall’inquinamento, dalla malattia, dalla paura. Servono giornalisti nelle redazioni dei giornali delle radio e delle televisioni, voluti dagli editori e dai direttori, capaci di districarsi tra le parole difficili dei grandi temi come il cambiamento climatico o le staminali, le tecnologie verdi e l’evoluzionismo, lo sfruttamento intensivo di risorse non rinnovabili e le ricerche alternative, e capaci di tradurre quelle parole e idee in storie comprensibili e memorabili. Faccio un solo esempio: da noi le telenovelas sono basate su futili storie di relazioni a lieto fine, dall’America del Sud all’Africa fino in India e in Estremo oriente le soap opera e telenovelas parlano di vaccinazioni e di controllo delle nascite, di malattie veneree e di come prevenirle, insomma vengono sempre più utilizzate con funzione educativa e con l’intento esplicito di influenzare i comportamenti sociali e diffondere nuovi valori nel segno di telling stories, saving lives, raccontare storie, salvare vite, motto adottato dalla Population Communications International.

Servono scienziati capaci di comunicare le loro idee, ossia i contenuti delle loro ricerche e i relativi risultati acquisiti o auspicabili, non soltanto attraverso i canali privilegiati del loro mondo professionale. Per essere cittadini attivi e promuovere la nuova era delle responsabilità diffuse, devono instaurare un reciproco dialogo con il cosiddetto grande pubblico, sia con i decisori politici delle sorti della ricerca. E devono evitare toni sensazionalistici, che uccidono la scienza e la credibilità di essa.

Ma serve soprattutto una classe politica onesta e competente, preparata ai compiti inediti che l’800mo ciclo pone ai governanti, in Italia e nel mondo. E qui c’è la falla principale. Abbiamo un mondo politico in gran parte impreparato, senza un’idea precisa dell’importanza che ricoprono la ricerca scientifica, l’università, i laboratori, il sapere, l’economia della conoscenza e dell’intelligenza. Il nostro futuro è in mano a una classe politica in grandissima parte incapace di rendersi conto delle scelte da compiere. Basti pensare, per restare al nostro Paese, alle cronache per la legge sulla procreazione assistita, che ha visto autorevoli senatori eccitati come tori contro loro colleghe, o al blackout e al tema dell’energia o all’inquinamento da polveri sottili.

Dopo la tragedia nucleare di Chernobyl (rilanciata su Sky da cinque puntate televisive di agghiacciante attualità) l’Italia scelse di dire NO ALL’ATOMO. Il NO non era, però, un NO al progresso ma a una tecnologia che presentava (e presenta) tanti, incontrollabili svantaggi e rischi, a cominciare dalla gestione delle scorie radioattive per secoli (un argomento che da solo dovrebbe far riflettere gli eletti del popolo, che già ora si oppongono a centrali tradizionali, figuriamoci a scorie radioattive per secoli). Era questa tecnologia che fu rifiutata, scrissi su Airone, “per ripartire subito con una grande mobilitazione di cervelli, di risorse umane e finanziarie alla volta di nuove frontiere tecnico-scientifiche.

Le tecnologie integrative non mancano: la loro efficacia è però direttamente proporzionale alla volontà politica di privilegiarle rispetto ai consistenti e colossali interessi economici che premono in senso contrario” per inquinare con dati manipolati, in medicina come in economia, avendo a cuore gli stessi fini: spingere i mercati, spesso neanche riuscendoci. Ebbene, si diceva, ripartire con una grande mobilitazione scientifica e politica, stando lontano da ai febbrili interventisti come dagli estremisti della cautela. Invece, che cosa avvenne? Giovedì 17 maggio 1990 al Senato veniva discusso, con due anni di ritardo, il Piano energetico nazionale redatto dal governo nel giugno 1988, dopo il referendum sul nucleare. Al Senato il dibattito sul nuovo Piano energetico si svolse in un’aula semideserta, con soli 10 presenti, e i cronisti parlamentari registrarono quel giorno che «era mancato il numero legale durante le votazioni finali». I nostri politici non potevano dare un segnale più evidente del disinteresse su questi temi cruciali per il futuro dell’Italia e dell’assenza di volontà, da parte loro, di privilegiare strade energetiche integrative come le energie rinnovabili e il risparmio energetico che sono stati alla base del boom industriale in questo settore della nostra vicina Germania (la storia di Friburgo, capitale delle energie rinnovabili anche grazie al patrimonio di conoscenze del pioniere in questo settore, il docente genovese Giovanni Francia, è raccontata nel mio libro Voglia di cambiare, Chiarelettere, 2007).

Ricordiamola, quella triste giornata in cui il futuro di un’Italia neotecnica si fece plumbeo. A detta dei nostri governanti, le difficoltà energetiche sono attribuite «all’ambientalismo bigotto e antisociale degli anni scorsi». No, il bigottismo e l’anti-socialità abitano più nei Palazzi del Potere che nei laboratori o nelle redazioni.