Appunti di viaggio di fine estate

di Francesca Radaelli

Che senso ha, oggi, viaggiare? E perché viaggiamo? La domanda, semplicissima in sé, era il filo conduttore di un dialogo che ho avuto la fortuna di ascoltare a luglio, in occasione dell’Ulisse Fest di quest’anno, il festival del viaggio organizzato dall’editore Lonely Planet a Rimini. Al termine dell’estate, stagione di viaggi e di incontri, la domanda continua a porsi.

Il dialogo era tra Tony Wheeler, mitico fondatore di Lonely Planet, il cui racconto del primo incredibile viaggio da Londra all’Australia diede vita alla serie di guide diventate oggi un must per chi si sposta nel mondo, e Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food. Le loro parole sono a mio parere una piccola guida universale di viaggio, un passpartout per ogni destinazione. Ma anche un metro per tracciare un bilancio dei nostri viaggi di quest’estate, prima di buttarci a capofitto a sognarne di nuovi.

Tony Wheleer

Viaggiare per comprendere

Innanzitutto in un’estate in cui si è parlato tanto anche di frontiere chiuse e di migrazioni da contenere e ci si interroga sul senso profondo del viaggio, che per alcuni è un obbligo per la sopravvivenza, l’esortazione di Tony Wheleer a chi vive nei luoghi ‘di destinazione’ è di andarli a visitare, i Paesi ‘from’, quelli di provenienza dei migranti. “Per tutti gli esseri umani è fondamentale stabilire contatti, conoscere di persona gli altri uomini e gli ambienti in cui vivono. Solo così si può comprendere”. In molti posti si avrebbe così la possibilità di toccare con mano gli effetti della crisi climatica che, come ricorda Petrini, “sta incrementando specialmente nelle aree sub sahariane, dove milioni di ettari sono desertificati e le comunità di pastori, si trovano senza più un filo d’erba per i propri animali”. Del resto, spesso la paura dello straniero deriva dalla non conoscenza. E viaggiare è uno degli antidoti migliori, come diceva nella Divina Commedia lo stesso Ulisse, che dà il nome alla manifestazione.

Viaggiare nel mondo che cambia

Carlo Petrini

“Il cambiamento climatico non devo nemmeno viaggiare troppo per vederlo”, racconta Tony Wheeler. “Vivendo in Australia ho davanti agli occhi tutti i giorni il processo di desertificazione dell’ambiente intorno a me”.  E se il viaggio stesso dev’essere a minimo impatto ambientale, secondo Petrini oggi occorre un cambio del paradigma della crescita senza limiti del consumo. “Questo vale anche per il viaggio”, sostiene il fondatore di Slow Food. “Oggi molta gente è ‘obesa’ di viaggi. Viaggia tantissimo, ma senza capire nulla”. Magari solo per scattarsi una foto davanti a un monumento e poi passare oltre, senza fermarsi, senza lasciare spazio all’incontro, alla relazione che, in fondo, è l’essenza del viaggio.  Anche il viaggio, secondo Petrini, deve essere slow, deve conoscere i territori, conosce le persone. “Prima di viaggiare conosci casa tua, è fondamentale, prima delle cucine del mondo conosci la tua biodiversità, e allora sarai forte per andare nel mondo e andrai nel mondo con un’attenzione diversa da quella consumistica”.

Che cosa guardare durante il viaggio

“Il miglior modo per viaggiare è camminare”, sostiene Tony Wheleer, “perché andando a piedi si vede il mondo alla velocità alla quale Dio forse ha voluto che noi umani calpestassimo questa terra. In ogni luogo in cui mi reco in viaggio la prima cosa che faccio è camminare attraverso il posto. Poi magari noleggio una bicicletta. Sono questi i due veicoli migliori per vedere le cose al livello in cui sono”. E sul turismo di massa delle navi da crociera si permette una battuta: “E’ positivo: più gente viaggia sulle navi, più spazio rimane per chi viaggia rasoterra”.

Invece le prime tre cose che va  a vedere Carlo Petrini quando arriva in un territorio sono un mercato, il modo in cui prega il popolo e la sua in cucina, i sapori e i profumi: “Per fare questo bisogna avere il tempo”, dice. “E, a proposito della cucina, occorre pensare che prima di noi hanno viaggiato le materie prime. Pensiamo alla pasta al pomodoro, simbolo della cucina italiana: nessuno dei due principali ingredienti è italiano. Oppure al baccalà alla vicentina: a Vicenza non si pesca il baccalà! Lo scambio di merci ha condizionato nel tempo l’identità di un popolo. E così se ci si riflette bene, si comprende che la cultura di un popolo, in cucina e non solo, si forma proprio attraverso il meticciato”.