Attentato a Berlino: un mese dopo

 

di Claudia Terragni

Sotto Natale è bello camminare per le vie scintillanti di lucine, tra le vetrine stracolme di regali e le bancarelle strabordanti di leccornie. Durante le ultime festività natalizie tuttavia, nuovi addobbi hanno contribuito ad adornare le città. Non solo classici abeti ricoperti di palline dorate, ma anche transenne e piloni d’acciaio sono stati sparsi per le piazze come grottesche ghirlande di vischio.

Seguendo le indicative del ministro dell’interno Marco Minniti, ai prefetti è stato assegnato il compito di esaminare le manifestazioni natalizie e utilizzare barriere per renderle più sicure. Forse un pilone d’acciaio non sarà suggestivo quanto gli agrifogli delle bancarelle in legno, ma la sicurezza prima di tutto.

L’orientamento assunto dal ministro non è certo privo di fondamento. Infatti pochi giorni prima (esattamente un mese fa), un camion guidato da un terrorista travolgeva la folla in un mercatino natalizio a Berlino, a Breitscheidtplatz, provocando la morte di nove persone.

L’Europa sembra dover affrontare lo shock provocato degli attentati con sempre maggiore frequenza. Sempre più stragi di matrice islamica e attacchi rivendicati dallo Stato Islamico, solennemente annunciati dai media internazionali che assumono un tono sempre più tragico.

L’Occidente ha paura. L’insicurezza si fa largo nelle nostre vite, strisciando viscidamente sotto la porta di casa, insinuandosi tra la televisione e il divano, fin tra le statuine del presepe.

Dovere della politica è dare solide risposte al timore dei propri cittadini. Ma il modo in cui lo stiamo facendo funziona?

Inutile negare che ci siano ottime prove per giustificare l’inquietudine che pervade l’Europa. L’ultimo portavoce del Califfato, lo scorso 5 dicembre aveva ribadito l’ordine: “Restate dove siete, colpiteli in Occidente: nelle loro case, nei loro mercati, nei loro ritrovi, nelle loro strade, dove meno se lo aspettano. Bruciate la terra sotto i loro piedi”.

Ma quanto possono realmente proteggerci delle barriere anti camion? Possiamo vivere sereni in una comunità blindata? E soprattutto quanto è fondata la paura della criminalità?

Vari studi empirici di psicologia di comunità fanno emergere un curioso paradosso: all’aumentare della paura della criminalità non corrisponde un rispettivo aumento del crimine. La paura cresce anche se non sussiste un effettivo incremento di fatti criminosi. Inoltre sembra che non vi sia correlazione tra paura della criminalità e vittimizzazione: spesso chi ha più paura è anche il meno colpito da atti criminali. È chiaro l’esempio degli anziani: il 50% di loro risulta insicuro e timoroso anche se il tasso di vittimizzazione della popolazione in età avanzata è pari solo a 4.4, su una popolazione di 1000 abitanti (NCS, 1973; Garofalo e Laub, 1978; Covington e Taylor, 1991; Santinello et al., 2002)

La relazione tra inquietudine e dato di fatto è dunque molto più complessa di quanto ci aspettiamo. La paura è un sentimento adattivo, naturalmente volto alla preservazione della propria integrità. Tuttavia è irrazionale. Parla alla pancia, non alla testa.

Vari studiosi hanno tentato di spiegare questo intrigante paradosso.

È interessante la tesi di Hunter (1979) secondo cui la paura della criminalità sarebbe una conseguenza della disorganizzazione sociale: se le norme sociali diventano labili, aumentano i segni di inciviltà ai quali si collega la criminalità e la percezione di insicurezza. Credo che chiunque preferirebbe camminare tra le villette a schiera di un quartiere pieno di nani da giardino e bambini che giocano per strada, piuttosto che tra i murales e la sporcizia della zona stazione.

L’inciviltà provoca paura, ma questa aumenta in modo indiscriminato.

Questa è condizionata dall’influenza di più fattori. Secondo uno studio condotto a Padova nel 2003 (Università di Padova e Università di Cagliari, M. Santinello, A. Vieno, K. Davoli, M. Pastore), la percezione del disordine fisico e sociale, la presenza di extracomunitari, l’esperienza personale di vittimizzazione sono gli ingredienti che mescolandosi danno la paura della criminalità. Il risultato è mediato da variabili personali come le strategie messe in atto per far fronte all’ansia e il pregiudizio nei confronti dello straniero. (Interessante notare che in assenza di pregiudizio, la presenza di migranti non incide sul sentimento di paura).

E la politica quindi? A quale parte del corpo deve rivolgersi? Alla pancia o alla testa?

Ognuno di noi ha indubbiamente bisogno di entrambe. Per questo forse è così difficile scegliere: meglio convincerci che viviamo in una botte di ferro costellando le città di ridicole transenne (che bloccheranno un camion ma non un uomo armato) o accettare l’insicurezza come tratto inevitabile della società contemporanea?

Bauman scriveva che “dietro le mura l’ansia, anziché dissiparsi, si fa più intensa, così come la dipendenza da soluzioni tecnologiche che promettono di tenere lontani i pericoli.  Più ci si circonda di simili strumenti, maggiore è la paura che possano fare cilecca. Più ci preoccupiamo delle minacce che possono
nascondersi dietro agli sconosciuti più ce ne teniamo lontani e la nostra capacità di tollerare e apprezzare l’imprevisto diminuisce, sino a renderci incapaci di affrontare e apprezzare la vivacità e la varietà della vita urbana.  Sarebbe come svuotare una piscina per impedire che i bambini affoghino”.

Ma l’Europa sa nuotare?

 

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