Badanti e assistenza anziani: un modello da ripensare

di Fabrizio Annaro

Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. (Esodo 22:20).

La Caritas di Monza ha un duplice merito: quello di aver collaborato allo sviluppo di un’assistenza domiciliare agli anziani e al tempo stesso quello di non aver  taciuto, anzi incentivato, la riflessione sui punti di forza e di debolezza di questo modello fondato sulle cosiddette badanti.

In sostanza, dagli interventi dei qualificati ed esperti, relatori del convegno promosso da Caritas di venerdì 27 ottobre, tenutosi all’Ospedale san Gerardo di Monza, emerge proprio questo: da un  lato, l’utilità per la persona anziana di poter usufruire di un’assistenza al proprio domicilio, dell’altro la difficoltà e i numerosi problemi che scaturiscono  dalla relazioni fra i protagonisti di questa assistenza.

Una problematicità che coinvolge tutti e tre gli attori dell’assistenza domiciliare, come hanno ricordato negli interventi pomeridiani, Giovanna Perucci psicologa e la pedagogista Claudia Alemanni:  l’anziano, che fa fatica ad accettare l’assistente familiare, la badante, che svolge un lavoro difficile e in totale solitudine, i familiari, datori di lavoro  permanentemente preoccupati per la situazione del proprio caro.

I relatori del convegno “Intrecci di famiglie” promosso dalla Caritas di Monza

Questo delle badanti è un modello che ha colmato un grande vuoto e che si è diffuso a causa degli alti costi della RSA e per l’insufficienza del numero di case di riposo. Il sistema assistenziale basato sulle badanti vede tutto il “peso” sia economico sia morale interamente sulle spalle delle famiglie.

Il convegno è stato un anche un importante momento di formazione perché il modello assistenziale delle badanti ha bisogno di miglioramenti e riqualificazioni, ma soprattutto di non lasciare soli gli attori del processo assistenziale. Un dibattito che interpella fortemente l’ambito politico e che va oltre  il tema delle risorse economiche.

Natalia Tkachenko, coordinatrice dei programmi sociali della Caritas Ucraina

Di particolare interesse il contributo di Natalia Tkachenko, coordinatrice dei programmi sociali della Caritas Ucraina la quale ha messo in luce le difficoltà e i problemi che si generano  in Ucraina in particolare ha presentato gli effetti della migrazioni delle madri  sui figli  e sul tessuto sociale.

Natalia ha vissuto in Inghilterra, con i propri genitori, per oltre 15 anni. Parla un ottimo inglese ed è contenta e molto appassionata nel svolgere il compito che Caritas le ha affidato. “Le donne ucraine emigrano – ci spiega Natalia – perché devono ripagare un debito, oppure per comprare o ristrutturare la casa. La migrazione è motivata anche da motivi di salute, perché le cure in Ucraina sono costose ed erogate da enti privati, infine  per consentire ai figli ed ai familiari una migliore istruzione. Lo stipendio medio in Ucraina è di 100,00 euro mensili, un importo spesso insufficiente per mettere da parte qualcosa e far fronte a spese straordinarie. In questi anni si registra quasi un dimezzamento delle persone migranti (si è passati dai 4,5 milioni  del 2011 ai 2 milioni del 2016) con un calo della quota  delle donne emigrate, mentre cresce quella maschile destinata a lavori nel settore edile. Anche la durata media del periodo di migrazione è diminuita: passa dai 3-5 anni a due anni al massimo”.

Natalia Tkachenko, della Caritas Ucraina

Gli effetti della migrazione femminile sono irreversibili. I bambini ucraini rimangono affidati ai nonni o al padre, figure parentali che spesso non sono in grado di comprendere le esigenze di questi ragazzi e non possono colmare il vuoto affettivo.

La Caritas Ucraina ha pensato, perciò,  di aprire centri di aggregazione sociale per bambini ed adolescenti di madri emigrate in Italia o in altri paesi. “Sono bambini che hanno un grande bisogno di affetto, di abbracci, di contatto fisico – aggiunge Natalia – soprattutto hanno bisogno di relazionarsi con le figure educative femminili”.

L’80% delle donne emigrate desidera tornare in patria, ma solo il 40% lo fa davvero. Chi rientra, nella stragrande maggioranza dei casi, si separa dal marito ed è portatrice di una nuova cultura e di un nuovo costume.

I figli maschi, sia bambini sia ragazzi, soffrono in modo particolare l’allontanamento forzato dalla mamma. La mancanza della figura materna provoca traumi psicologici che si riflettono nella sfera affettiva e in quella della sessualità. Anche il carattere ne viene influenzato: cresce la timidezza e il desiderio di solitudine, oppure aumenta l’atteggiamento aggressivo e di spavalderia.

Gli adolescenti, in genere, vivono un immotivato senso di colpa che provoca scompensi nelle relazioni familiari e parentali, mentre cresce l’aggressività.

Considerati gli effetti della migrazione, Caritas Ucraina scoraggia il più possibile la partenza delle madri e nel caso non ci riuscisse cerca di stare vicino alla donna emigrata grazie anche agli strumenti di  comunicazione che la tecnologia ci offre. “All’Italia chiediamo – ha concluso Natalia – maggiore collaborazione e di acquisire una migliore consapevolezza degli effetti nel tessuto sociale dei paesi da cui partono i migranti”.

Il convegno ha visto anche l’intervento dei sociologi Paola Bonizzoni della Statale di Milano, Paolo Boccagni dell’Università di Trento e la conduzione di Egidio Riva anch’egli sociologo dell’Università Cattolica. Sono stati anche presentati, attraverso l’intervento di Daria Crimella, i progetti della Fondazione Albero della Vita che opera in varie nazioni e che interviene in favore dei figli dei migranti rimasti nel paese d’origine.

Conclusioni di don Augusto Panzeri, responsabile della Caritas di Monza, che ha voluto sottolineare i motivi per cui riflettere sulle problematiche di questo modello. “Vent’anni fa, quando il fenomeno badanti ha iniziato a prendere piede,  – spiega don Augusto – pensavamo che l’anziano potesse rappresentare, un lavoro, una via d’uscita dalla condizione di povertà del migrante e al tempo stesso un’occasione di accoglienza ed integrazione. Successivamente ci siamo resi conto della complessità provocata dall’inserimento di una persona estranea, per di più straniera,  nell’ambito della famiglia. Il tema dell’assistenza familiare che si intreccia a quello dell’immigrazione – prosegue don Augusto – è un tema complesso, che richiede un particolare approfondimento.

Fra i tanti strumenti culturali, consiglio la lettura del libro biblico di Rut che ben richiama le diverse problematiche discusse in questo convegno. Stupisce anche come la questione delle badanti sia stata sfilata dal dibattito su paure e speranze legate all’immigrazione. Ed è curioso come alcune famiglie accettino di tenere una badante irregolare piuttosto che assicurare i diritti dei lavoratori. Infine, grazie al confronto con alcuni ragazzi sud americani, figli di badanti, mi sono reso conto – rileva don Augusto – della necessità di prendere coscienza degli effetti sociali, familiari e personali che la migrazione femminile genera nei paesi d’origine. Una riflessione che non si conclude qui, con questo convegno. La Caritas infatti, invita  gli enti pubblici e privati, le associazioni, le fondazioni a partecipare ad un tavolo di lavoro per proseguire non solo la riflessione, ma anche per offrire proposte di miglioramento e di riqualificazione di questo modello assistenziale”.

L’incontro è stato promosso da Caritas Monza in collaborazione con Fondazione Monza Insieme, Fondazione Maria Paola Colombo Svevo, Fondazione della Comunità di Monza e Brianza.

Maggiori info su www.caritasmonza.org

 

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