Beethoven, genio smisurato e tormentato nel monologo di Corrado D’Elia

delia_beethoven31di Francesca Radaelli

Smisurato. Un genio smisurato, tormentato e straripante. Burbero, scontroso e difficile. Uno che con gli altri non parlava, che affidava ogni emozione alla musica, unico mezzo capace di esprimere la forza e la potenza che erano proprie del suo sentire. In poche parole lui, anzi Io, Ludwig van Beethoven secondo Corrado D’Elia, che firma la regia del monologo che lo vede unico protagonista sul palco, nel corso dello spettacolo approdato lo scorso weekend al Teatro Binario 7 di Monza dopo i successi delle precedenti stagioni.

Liberamente ispirato al film ‘Lezione 21’ di Alessandro Baricco, il monologo ripercorre la vita e la carriera a Vienna del compositore nato a Bonn nel 1770, dal rapporto col padre che lo costringeva a durissime sessioni al pianoforte e lo portò ancora bambino a esibirsi a corte, fino all’insorgere della sordità, malattia che caratterizzò l’ultima parte della sua vita e fu vissuta come un vero e proprio dramma dal musicista: lui, nel quale questo senso avrebbe dovuto essere più sviluppato e raffinato che in tutti gli altri uomini, lui, il grande orchestratore di sinfonie, si ritrovava non solo a non comprendere i discorsi di chi lo circondava ma anche e soprattutto a vedersi privato delle emozioni più grandi, quelle provenienti dalla musica. delia_beethoven2

Un dramma che spinse il genio tedesco sull’orlo del suicidio e che lo rese diffidente e scorbutico nei confronti delle persone con cui veniva a contatto: “Voi uomini che mi reputate o definite astioso, scontroso o addirittura misantropo, come mi fate torto ! Voi non conoscete la causa segreta di ciò che mi fa apparire a voi così”, scriveva disperato nel testamento di Heiligenstadt, la lettera redatta nel 1802 in un momento di crisi profondissima.  Ma nello spettacolo si parla anche di amore, una passione potente, un sentimento assoluto che traspare da un’altra lettera ritrovata dopo la morte del musicista e indirizzata a una misteriosa donna: “Mio tutto”, la chiama Beethoven, ma l’identità dell’amata resta avvolta nell’ombra.

Disperazione, passione, pensieri di morte: tutti questi sentimenti sono vissuti con la massima intensità dal genio del grande compositore e prendono forma e vita nell’interpretazione ispiratissima  di Corrado D’Elia, bravissimo a raccontare Beethoven con le parole e i gesti, ma soprattutto con la voce, con le grida a cui affida l’erompere delle emozioni dell’introverso compositore, senza mai alzarsi dalla seggiola posizionata al centro del palco, che lo tiene incollato e imprigionato, un po’ come forse si sentiva Beethoven nel suo corpo e nella sua malattia.

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Obiettivo dello spettacolo non è solo raccontare il grande genio, è soprattutto trasmettere la sua grandezza, la grandezza del suo sentire che si incarna nella sua musica. E proprio alla musica delle nove sinfonie di Beethoven che è affidato questo compito, una musica che, insieme alle bellissime luci dai colori cangianti che illuminano la scenografia minimale del palco in perfetta simbiosi con parole e suoni,  accompagna il racconto di D’Elia per tutta la durata del monologo, una musica che non ha nemmeno bisogno di essere ‘spiegata’, in cui si ritrova l’essenza e la sostanza del sentire del grande compositore. Potente e possente, come l’inizio della Quinta sinfonia. Lontanissima dalla leggerezza e dalla volatilità di quello che fu un grande rivale di Beethoven a Vienna, l’italiano Rossini, ma anche dal virtuosismo di Paganini, la musica di Beethoven è grandiosa e già ‘romantica’ nella sua forza espressiva e dirompente. Una forza incarnata nei gesti di D’Elia che ora allarga le braccia e le protende al cielo, ora stringe i pugni, ora mima con le mani i movimenti delle otto sinfonie.

E racconta di come ci vollero dieci anni prima di arrivare alla Nona sinfonia, composta quando ormai la sordità aveva preso il sopravvento e culminante nelle poche note dell’Inno alla gioia, note in cui c’è dentro tutto, dice D’Elia, e per suonare le quali la mano non deve nemmeno muoversi sui tasti del pianoforte. Una sinfonia, l’ultima e la più innovativa, che culmina nel coro di voci umane a cui sono affidate le parole della poesia di Schiller “An die Freude”, alla gioia appunto. 

Un momento che segna l’erompere del sentimento e che, quel 7 maggio 1823, quando la sinfonia fu suonata per la prima volta, spinse il pubblico viennese ad alzarsi in piedi e ad agitare, in silenzio i propri fazzoletti bianchi: un modo per far vedere al grande Beethoven gli applausi scroscianti che la sordità ormai cronica gli impediva di sentire.

 

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