Benedetto XVI e il celibato sacerdotale

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di Marco Riboldi

Profitto della cortesia di un amico che mi fa avere il testo “Des profondeurs de nos coeurs” da poco uscito presso Fayard e leggo le pagine del già famoso testo scritto da papa Benedetto XVI e al centro di tante parole e polemiche.

Non sono in grado di dire alcunché sul dibattito in corso circa la paternità del libro, la legittimità di attribuire al papa emerito la condivisione dell’intero testo ecc. Men che meno ho la competenza per discuterne i contenuti e ragionare con un minimo di autorevolezza sui temi teologici e pastorali implicati.

Però so leggere e scrivere, e tanto mi basta per dire che quel che abbiamo visto e sentito sui mezzi di comunicazione di massa è di una superficialità sconcertante.

Sembra che tutto stia nella domanda “Sì o no al celibato obbligatorio?” e che il papa emerito abbia risposto con un secco no.

In realtà il testo è una riflessione assai più ampia e profonda.

Le pagine di Benedetto XVI, una trentina circa, sono dedicate al tema del sacerdozio cattolico e possono essere divise in due parti (più una brevissima introduzione). Solo queste pagine leggo e presento qui.

In esse si parla del formarsi della visione del sacerdozio neotestamentario alla luce della tradizione biblica: si mettono in luce le differenze tra le figure sacerdotali nella tradizione giudaica e nel rinnovamento portato da Gesù.

Benedetto XVI richiama la novità: Gesù annuncia che l’antico Tempio viene distrutto dall’atteggiamento sbagliato dei sacerdoti dell’epoca, ma contemporaneamente prefigura l’azione salvifica di Dio, che ricostruisce ex novo ciò che gli uomini hanno portato a distruzione.

L’Ultima Cena proclama il nuovo culto, fondato sul sacrificio redentivo e sulla resurrezione, che illumina il senso di tutto.

In questo, dice papa Benedetto, Gesù, pur non citandolo esplicitamente, rinnova il sacerdozio, presentandosi come il nuovo Sommo Sacerdote e come celebrante del nuovo culto divino, fondato sulla morte e resurrezione del Cristo.

Vescovi, sacerdoti e diaconi assumono su di sé la nuova realtà, rinnovando la tradizione sacerdotale biblica grazie allo Spirito che anima la chiesa nascente.

Papa Ratzinger ricorda come la meditazione della Parola di Dio e la celebrazione del culto diventino nel sacerdozio un insieme inscindibile: come due aspetti del medesimo servizio.

Qui entra la prima implicazione che tocca il tema del celibato.

Mentre il servizio sacerdotale dell’Antico Testamento era limitato ai momenti ed ai giorni previsti, nella comunità cristiana si diffuse presto l’esigenza di una quotidiana e continua celebrazione: il pane eucaristico è il pane d’ogni giorno della comunità.

Come far convivere questa quotidianità con una vita familiare del sacerdote?

Nell’Antico testamento si vede che prima di accedere al pane sacro viene chiesta una astinenza sessuale di alcuni giorni (primo libro di Samuele cap. 21), perché, dice il papa emerito, era scontato che il contatto con il mistero divino fosse incompatibile con l’esercizio della sessualità.

Si comprende quindi che ai sacerdoti cristiani, che quotidianamente esercitavano il culto divino, fosse impossibile una normale vita familiare. La rinuncia alla famiglia diventa così il rendersi totalmente disponibili al Signore, in ogni momento e in ogni circostanza.

Nella seconda parte del testo, strettamente legata alla prima, papa Benedetto commenta con la consueta profondità, alcuni passi biblici, nei quali evidenzia questa donazione totale del sacerdote, che a tutto rinuncia, in nome del suo stato di servitore del Signore.

Trovo particolarmente interessante (ed anche commovente, pensando a quel che deve provare un uomo dell’età e della esperienza di vita di papa Ratzinger nel ricordare i momenti della sua ordinazione) la riflessione sulle parole che prima del Concilio venivano pronunciate all’atto della  tonsura: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice” .

Tratte dal salmo 16, si riferiscono al fatto che il sacerdote dell’Antico Testamento non possedeva beni materiali, non aveva la sua porzione di terra di Israele, perché il suo vivere era tutto dedicato a Dio.

La sua di terra era solo Dio.

Nello stesso modo, papa Benedetto riflette sulla figura del sacerdote come emerge da un canone della messa e da un inno dell’ufficio delle letture: egli è colui che sta dritto davanti al Signore, vigila sulla sorte dei fratelli, offre il sacrificio.

Questo servizio è totale e totalizzante, non permette altro atteggiamento se non quello di Gesù nel momento più duro: “Sia fatta la Tua volontà”.

Le stesse parole di Gesù nell’investire gli apostoli del loro mandato “Consacrali nella verità” significa che Gesù vuole una totale immersione dei suoi in una realtà nuova e globale, la realtà di uomini che che sono “invasi” da Cristo e che non agiscono, parlano, desiderano nient’altro che che non sia azione, parola, desiderio di Dio.

Leggendo il testo di papa Benedetto mi sembra emerga chiara la sua affermazione della necessità del celibato sacerdotale.

Ma non è questo quel che mi premeva trasmettere: sull’argomento, certo complesso, non ho alcun titolo o competenza ad esprimere giudizi. Certo si capirà, anche da questa semplicissima esposizione che ho tentato di fare (che non rende certo la profondità del testo), come il livello della riflessione sia ben più ampio di quanto abbiamo sentito.

E’ davvero triste che la stampa e la tv (per non parlare dei social) non riescano a uscire dall’impulso dell’immediato, del clamoroso, alla fine del superficiale.

Un’ultima annotazione, non inutile, credo: nel testo introduttivo la riflessione di Papa Benedetto XVI e del cardinale Sarah viene presentata in atteggiamento di obbedienza fedele a papa Francesco.