La bottega di San Giuseppe

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Arcangelo aveva cinque anni quando ricevette in dono il suo primo traforo ad archetto, unico antidoto per vincere la sua vivacità. Fu proprio durante gli anni dell’asilo che la sua tecnica iniziò ad essere raffinata: allora c’era la guerra ed Arcangelo era obbligato ad arrangiare i suoi lavori con scadenti pezzi di compensato scovati dalle suore che preparavano i disegni destinati ad essere traforati e dipinti per la gioia di tutti i bambini. Così come le suore, anche il padre incentivò sin da subito questa sua passione, recuperando i rari scarti di compensato dalla bottega in cui lavorava.

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Arrivarono presto gli 11 anni, momento in cui, come tanti suoi coetanei, Arcangelo si trovò impegnato in una delle tante botteghe di falegnami disseminate sul territorio. La passione per il traforo e l’intarsio, però, non diminuì. Arcangelo nei ritagli di tempo continuò ad intarsiare vari e disparati oggetti che, di volta in volta, venivano inseriti in orologi, vassoi, quadri e quant’altro. Piano piano, del suo nome inizia a sentirsi l’eco in più parti. I suoi intarsi cominciarono a girare il mondo, trovando casa in tutta Europa, sino a raggiungere l’America e a volte, perché no, l’Australia.

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Così, una delle sue “fatiche” più grandi, e dunque più gratificanti, ha trovato posto a Philadelphia, dove sono esposte due sue ruote intarsiate, una raffigurante l’emisfero orientale e l’altra l’opposto emisfero australe, realizzate in occasione della mostra “Ciclo e Motociclo” organizzata da una ditta di biciclette Colnago nel lontano 1986. Ma Arcangelo ricorda con meraviglia anche il suo Mondo, quello costruito con passione e dedizione con 26 essenze diverse, dall’acero al mogano, dall’ebano al macassar, dal legno di rosa del Brasile al palissandro per essere inserito in un imponente pavimento di legno. Ricorda, forse un po’ nostalgico, e non abbandona la sua longeva passione, intarsiando di tanto in tanto vassoi, scatolette ed orologi con i materiali che la bottega ha custodito, dopo la chiusura dell’attività.

Camilla Mantegazza

©fotografie di Giovanna Monguzzi e Stefania Sangalli

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