Celebrare la tradizione del presepe

di Mario Colombo

Papa Francesco, giorni fa,  si è recato a Greccio per celebrare la nascita e la tradizione del presepe. 

Per chi ha avuto occasione di sentire, vedere o leggere ciò che ogni tanto dice questo Papa ciò che è stato detto precedentemente “celebrazione della nascita e della tradizione del presepe” suona quasi stridente. Mia moglie seduta in divano accanto a me ha espresso subito le sue considerazioni al proposito, preoccupata della possibile strumentalizzazione di questo gesto.

Io ritengo che bene si colloca nel suo pontificato questo che, a mio avviso, è solo un apparente, semplice e quasi insignificante gesto.

Nella Bibbia mi pare che si dica che sia Dio stesso a dare il nome alle cose. Ciò che ha fatto Papa Francesco significa dire che il presepe è di tutti, non di chi ne fa un vessillo, non di chi lo brandisce contro qualcuno, ma proprio di tutti e ancora di più: la tradizione è di tutti, appartiene all’essere umano in quanto essere pensante e dunque con un pensiero che ha significato in quanto collocato in una memoria.
 
“La storia siamo noi” cantava De Gregori anni fa, noi non io e non noi contro qualcuno; noi esseri umani se restiamo umani diceva Vittorio Arrigoni, perché i nostri gesti, le nostre parole, noi stessi non avremmo senso a partire e a finire solo in noi stessi. Mi sembra un messaggio di speranza che va addirittura oltre la morte. 
 
Volere appropriarsi del bene comune significa non volerlo comune: il presepe, il dialetto, le tradizioni, sono nostri, del genere umano, appartengono a chi le sente sue e dire a qualcuno non sono tue è un sopruso.
 
Il presepe come il dialetto sono “nati” per avvicinare per accomunare. 
 
La personificazione delle statuine che da piccoli vediamo come piccoli esseri a cui manca quasi solo la parola e a cui vorremmo dare parola, non sono forse espressione di voler rendere palpabile, tangibile quello che appare come un mistero?
 
Il dialetto si contraddistingueva come lingua propria della comunità di appartenenza e la stessa immediatezza di alcune espressioni dialettali non contribuiscono a creare complicità?
 
Ad un certo punto abbiamo cominciato a percepire elementi di comunione e dunque di ricchezza come elementi di divisione e dunque di inaridimento e di chiusura, ma non era quella la loro funzione per la quale nacquero e vennero usati.
Un altro Francesco diede per primo vita al presepe e forse che la sua vita non fu segno di unione? Credo sia difficile pensare il santo di Assisi che dà vita al presepe se non per rendere tutti partecipi di un mistero, di un’incarnazione.
 
Celebrare la tradizione del presepe” so di osare tanto nel pensarlo, ma mi piace credere che quest’uomo che è Bergoglio voglia dare un nome alle cose, un nome che forse abbiamo perduto nella memoria noi uomini e donne del novecento e forse un nome nuovo per gli uomini e le donne del nuovo millennio, uscendo dagli steccati in cui ci vediamo e forse ci costringiamo impotenti di fronte ad una realtà che fatica a trovare parole e quindi nomi nuovi. 
Forse ci vuole dire che tutti siamo custodi delle parole e per questo esse e il loro significato sono di tutti.
Forse, quest’uomo vestito di bianco vuole dirci ancora una volta “Non abbiate paura”.