Chiamami con il tuo nome

di Mattia Gelosa

L’ultima fatica di Luca Guadagnino (A Bigger splash, Io sono l’amore, Melissa P.) è l’ennesimo film del regista che tocca il tema dell’eros. E’ stato accolto ovunque con ampi consensi, tanto da essere in corsa per 4 premi Oscar: Miglior Film, Miglior Canzone, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior Attore Protagonista.

Finalmente nelle sale, possiamo provare a recensire il film senza farci condizionare dalle alte aspettative e dai premi che potrebbe ottenere.

Iniziamo col dire che “Chiamami col tuo nome” è una storia tutto sommato semplice: tratto dal romanzo omonimo di André Aicman, racconta di Elio, 17enne musicista e coltissimo, che passa l’estate con la sua famiglia nella loro dimora di campagna nella Bassa Padana.

Il padre di Elio è un professore universitario di studi classici che ogni estate ospita in casa uno studente straniero che lo assista nelle ricerche. Nelle calde settimane dell’agosto del 1983 è il ventiquattrenne americano Oliver, un uomo spigliato che conquista subito la simpatia di tutta la famiglia e delle persone che vi gravitano intorno. Il legame che si crea con Elio, però, diventa una fugace, ma intensa storia d’amore.

Luca Guadagnino dirige un film esteticamente molto bello, caldo e afoso come la Pianura italiana, dove il sole arde e ci si rinfresca fra fonti nascoste fra i filari di alberi che circondano i campi e fontane di pietra.

Si vive nell’ozio e nella noia del non sapere mai come tirar sera, ma questa staticità atmosferica aiuta ad alimentare un’elettricità fra le persone e i corpi, oggetto del desiderio e al centro della scena, ma sempre con pudore e mai con volgarità.

Il film inizia lento, tanto che in superficie appare come un mare piatto, ma i personaggi che lo animano fra contatti fisici via via più intensi e occhiate maliziose fanno crescere una tensione emotiva sommersa che ci permette di vivere con loro l’aumentare del desiderio e dell’attrazione. Elio prova a reprimere, l’americano seduce con garbo e in modo subliminale, finché il ragazzo cede al suo istinto e si lascia andare, abbandonando anche la fidanzata Marzia.

Ad aiutare storia, regia e fotografia sono i due attori, Timotheé Chalamet nei panni del 17enne (la sua candidatura all’Oscar è in effetti meritata) e Armie Hammer in quelli del 24enne, che offrono una prova straordinaria di quella recitazione per sottrazione che andrebbe riproposta più volte sui grandi schermi.

Anche per via di questa scelta recitativa, la prima ora di pellicola appare forse troppo subliminale e quasi noiosa, ma questa dilatazione del tempo aiuta a regalarci effettivamente dei sentimenti che poi diventano concreti e quanto mai più sinceri e realistici di quelli delle love stories hollywoodiane tutte colpi di fulmine e ritmi forsennati.

L’ambientazione nel 1983, poi,  permette di escludere la tecnologia dalla trama e quindi di far riscoprire il piacere banale e adolescenziale di annusare una lettera scritta a mano, di farci riflettere su come la comunicazione sia fatta di piccoli passi e sia una conquista, di ricordarci la piacevolissima angoscia che riempiva l’attesa quando avevamo dato appuntamento in un certo posto e ad una certa ora senza poter avere modo di sapere se la persona si sarebbe presentata o no.

Nostalgia, sentimento, passione e un pizzico di  politica riempiono le mura spesse di un cascinale circondato da un frutteto che regala le pesche al centro della scena chiave del film. Una sequenza strana di autoerotismo che, sulle note di “Radio Varsavia” di Franco Battiato, ci mostra come Elio abbia finalmente imparato che un essere umano non deve solo coltivare la mente, ma ha anche un corpo da scoprire e da soddisfare. Solo la consapevolezza della sua dualità permette al 17enne di maturare davvero.

Che vinca qualche Oscar o meno, “Chiamami con il tuo nome” è bello ed è da vedere, perché tratta un tema, l’omosessualità, che sta diventando abusato e riesce a farlo in modo non fine a sé stesso, ma uscendo dal cliché e dallo stereotipo e regalandoci una pellicola realistica, credibile e sincera.

Le musiche sono piacevolissime e la canzone “Mistery of Love” di Sufian Stevens meriterebbe la statuetta, mentre sul premio al Miglior Film e alla Miglior Sceneggiatura ci sarebbe da andare più cauti, sebbene anche nella notte più importante dell’anno per il cinema sia sempre bene tifare con un po’ di patriottismo.

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