Competenza in politica: qualche riflessione

di Marco Riboldi

Da qualche tempo, in Italia, si parla molto della competenza dei politici. La vittoria del Movimento 5 Stelle e la sua alleanza di governo con la Lega hanno prodotto, infatti, una serie di nomine in incarichi importanti e delicati di persone che non hanno specifica esperienza politica o professionale e  che spesso si sono esposte a  magre figure, come è capitato più volte al ministro Toninelli e più recentemente alla vice-ministro Castelli (la persona che voleva spiegare l’economia al professor Padoan).

E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Questo ha prodotto spesso l’appello a scegliere persone competenti: ma, fermo restando che un po’ più di cultura non guasterebbe, cosa significa per un politico “competenza” ?

Cominciamo con qualche esempio semplice sulla tesi di base: essere un ministro non significa essere un tecnico competente in uno o più settori, anche perchè sarebbe impossibile. Mi spiego: se voglio costruire un edificio, so bene che mi servono competenze in campo ingegneristico, architettonico, e poi idraulico, elettrico ecc.

Ma se voglio un ministro? Personalmente ho trascorso una vita nella scuola, occupandomene anche con lo studio e con qualche pubblicazione. Ma sarei, per ciò stesso, adatto a fare il ministro della Pubblica Istruzione? Direi di no: per esempio non so nulla di Università e Ricerca e né credo che la mia esperienza mi qualifichi alla gestione di un milione e più di dipendenti, quanti sono quelli che rispondono al Ministero in questione.

Se proviamo a riflettere un poco, sono sicuro che ciascuno potrà trovare esempi simili per ogni ministero.Rovesciamo il discorso: se proviamo a pensare ad un tecnico puro, che operi scelte politiche sulla sola base della sua competenza professionale, ci accorgiamo di molti possibili (e probabili) inconvenienti. Un tecnico che definisse sulla base di pure analisi professionali cosa fare per contenere la spesa pensionistica non avrebbe altra scelta, alla luce dei conti attuali, che ridurre drasticamente il diritto alla pensione, allungando i tempi di ritiro dal lavoro e riducendo la entità degli assegni. Ma questa è contabilità, non politica: non tiene conto della società civile e del concreto  vivere associato, che ha ragioni che la tecnica non conosce,  e non produrrebbe quel consenso necessario a realizzare il fine proposto.

Il politico ha una competenza diversa dal tecnico. Egli utilizza sicuramente la analisi tecnica e professionale delle figure che lo supportano nel suo lavoro, ma la sua indicazione deve essere di indirizzo politico, che è altra cosa. Il politico deve anzitutto prepararsi con un accurato studio delle necessità della società civile, deve conoscere il territorio e i bisogni, deve avere la pazienza del confronto e del dialogo: questa è la sua competenza. Deve essere in grado di produrre consenso intorno alla sua azione, sapendo soprattutto convincere nei momenti in cui le scelte per il bene comune sono pesanti per gli interessi dei singoli. Naturalmente deve saper resistere a chi ha mezzi assai convincenti per proporre i propri interessi di gruppo, anche a costo di scontri pesanti con questo o quel potere economico, sociale, mediatico. Deve lavorare con onestà e dedizione, conscio di rappresentare la voce dell’intero popolo e di incarnarne la sovranità.

Il politico deve proporre il suo progetto: i tecnici hanno il compito di ricondurre tale progetto nei limiti consentiti, di tipo  tecnico, contabile, giuridico. Un assessore deve studiare la sua città, parlare con i cittadini, confrontarsi con i corpi intermedi (sindacati, associazioni, ecc.) e alla fine proporre la linea di indirizzo per la soluzione di una questione. A questo punto i tecnici hanno il compito di spiegare come e fino a che punto sia tecnicamente possibile realizzare tale intenzione o come vada modificata per renderla attuabile.

Qui mi si parlerà dei governi tecnici che abbiamo sperimentato e che in molti non hanno suscitato grande entusiasmo (diciamo così).  Posso dire che mi pare che la definizione stessa di governo tecnico sia sbagliata: in realtà vi era un forte opzione politica del Parlamento che, non riuscendo in una scelta della compagine di governo, affidava il compito di governare  a persone estranee al mondo delle istituzioni politiche. Ma alla fine, le scelte operate da queste persone sono sempre state fortemente politiche e sono state validate politicamente dal voto parlamentare (né poteva essere diversamente).

Togliamoci quindi la illusione della competenza tecnica dei politici. Non mi interessa un medico al Ministero della Salute: mi interessa una persona che condivida con me l’idea di un sistema sanitario universale. Non mi interessa un professore al MIUR: mi interessa una persona che abbia in testa una idea di istruzione, con la quale sia possibile confrontarsi.

La incompetenza di cui ci si può e ci si deve lamentare è quella politica:  la incapacità di confronto, la scelta di ignorare i corpi intermedi della società civile, la sordità nei confronti dei bisogni dei cittadini, la voglia del risultato immediato,  utile per le prossime elezioni, al posto del progetto di lunga scadenza. (vi è in proposito una citatissima frase attribuita a De Gasperi, che qualche anno fa mi aveva dato la speranza che un po’ di politici, anche locali, si fossero messi a leggere e studiare. Ho poi scoperto che la frase, peraltro probabilmente non originale, veniva conosciuta solo perché era stata utilizzata per la pubblicità di una serie di pubblicazioni)

Questa è la serie di incompetenze,  che dobbiamo considerare nocive alla democrazia.

Un’ ultima annotazione.

Oggi, soprattutto dal punto di vista della propaganda quotidiana, prevale spesso la politica condotta “contro”:  sembra che sia più importante indicare i nemici che cercare il dialogo. Sembra che la capacità di guida politica stia più nell’additare chi è da combattere, che nel creare dialogo e consenso.

L’esempio forse più clamoroso di questo stile del far politica viene dagli USA  del presidente Trump.

In effetti è sempre stata una caratteristica dei populismi e dei giacobinismi indicare il nemico e condurre una costante campagna di denigrazione. Sotto questo profilo non sono affatto stupito che l’ex deputato Di Battista abbia dichiarato consonanze con Trump più che con Obama. Ma la politica fatta “per nemici” nasconde molti pericoli: non a caso, nel XX secolo, era un caposaldo della riflessione di qualche teorico non proprio democratico  come Carl Schmitt.

Forse la capacità di distinguere e di comprendere l’altro non come un nemico, ma come un portatore di bisogni ed esigenze costituisce un’altra essenziale competenza che va smarrendosi.

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