Concerto “Di foglie e di roccia”

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Sabato 12  presso il Cineteatro Triante si è svolto il concerto “Di foglie e di roccia” organizzato dal nostro giornale con il gruppo musicale Banda Larga Befolk che ha eseguito canzoni di Enzo Biffi, con la partecipazione di Alberto Zangarini e Silvia Biffi.

Il concerto è stata l’ultima tappa di una serie di eventi che il Dialogo di Monza ha programmato per festeggiare i 5 anni di attività online.

In una atmosfera di grande simpatia e partecipazione, il pubblico ha seguito con interesse l’avvicendarsi di testi e canzoni. 

Il concerto è stata l’occasione per una raccolta fondi per la missione di Padre Tiziano Pozzi che da ventisette anni opera come medico e missionario a …. in Centrafrica.  Abbiamo raccolto 820 € che sono state interamente devolute a sostegno del progetto di una unità mobile che raggiungerà le popolazioni più povere dei villaggi .

Come da richiesta da parte di alcuni spettatori, pubblichiamo qui a seguito i testi delle canzoni scritte da Enzo Biffi e arrangiate dal gruppo Banda Larga Befolk .

Presto pubblicheremo anche un video sul canale YouTube dove potrete trovare le vostre canzoni preferite.

Fabrizio Annaro e Padre Tiziano Pozzi medico e missionario in Centrafrica

Ecco i  testi delle canzoni:

Di foglie e di roccia

Su un ponte di seta
tra due isole di carta
Fragili…

come un uomo che ha mentito
come musica da strada
come grano fra le lame
sangue del venerdì santo

come sera quando è quasi sera
come la carne che si imbianca
come il pensiero che è volgare
intelligenza spesa a salve

come un tradimento scontato
come un principio già finito
come un fallimento così importante
solo garza in mezzo al mare

come l’abitudine al terrore
come l’esistenza per dovere
così breve è lo stupore
nulla di buono all’orizzonte

sorpresi su un ponte
di foglie e di roccia
fragili………passiamo.

Banda Larga Befolk con Silvia Biffi

Fiori Recisi

Non amo le piante nei vasi
Ne i fiori di campo recisi
Non la volta del cielo terso
Ma il temporale ogni volta diverso

C’è un uomo seduto nel cielo
Osserva il freddo mondo di sabbia
E quieto ne affronta il gelo
Il coraggio non conosce la rabbia

I figli son grano maturo
Al calore della luce di sera
Che la macina trasforma in futuro
E la curva del tempo si avvera

Non amo le piante nei vasi
Ne i fiori di campo recisi
Non la volta del cielo terso
Ma il temporale ogni volta diverso

Per tutti sogni da costruire
Per ciò che è stato ciò che hai avuto
Cerco invano e non so trovare
Le parole per un pensiero pulito

E come dire dell’armonia
Che inseguono tutti gli artisti
Il bello di sogni e poesia
È che possono anche essere tristi

Non amo le piante nei vasi
Ne i fiori di campo recisi
Non la volta del cielo terso
Ma il temporale ogni volta diverso

E il dono di una fede leggera
Perle d’oro nascosta in mano
Piccolo uomo contro la bufera
Grande eroe del pane quotidiano

Ma il cuore di carta si strappa
E interrompe il tuo giusto destino
Improvviso punto sulla mappa
L’inizio di un altro cammino

Enzo Biffi

Favola

Fu nell’ultima luna
che la notte il cielo incendiò
e come fosse sole
luna il cielo abbagliò

E nera sul suo cavallo
fra il fuoco di mille fiamme
come un lampo nella notte
la morte si presentò

Ne le ali del buon dio
ne le sfere di fuochi eterni
neanche questa pioggia
dolce pianto della natura
sorella morte ti fermerà   

Lungo il bosco e nella valle
sopra l’alpe e la pianura
fin giù nel lago alla ricerca
di chi a lei sia arrenderà

Ma la notte non è eterna  
si può sfuggire alla propria sorte
se la luna è amica tua
è l’aurora della morte

Fu così che lei ti vide
lei che nera nel buio stava
tu regina della notte
la morte a te già si prostrava
e di te si innamorava

Luna e morte unite
è l’amore a cambiar le cose
l’impossibile non è la notte
e tornano a fiorir le rose

Fu l’audacia della morte
e l’amore della luna
che unite nella notte
sconfissero la sorte

Venne molta gente a nozze
venne anche chi non c’era
mentre il vento cantava a festa,
il buon dio le benediva
morte e luna unite a sera

Achille Taccagni voce dei Banda Larga Befolk con Enzo Biffi

Case a mucchi

Eppure adesso c’è il sole                                   

e ancora per farmi dispetto

c’è un tempo per ogni stagione                                   

ora il cielo mi dice ti aspetto

se tu ti senti più sola                                           

a me non passa il respiro in gola

 

E adesso ho tempo per noi                               

tanto che non ne avremo mai

nel silenzio di queste ore                                   

raccontami i rumori tuoi

ti ascolterò senza paure                                    

ma già tremano le tue parole

 

E adesso ho tempo per me                               

ma questa notte la spendo per noi

è bello pensare alla notte                                  

che domani sarà un giorno migliore

che domani sarà un giorno migliore,

quando è notte non lo credi mai

 

E al mattino mi sveglio presto                         

ma la barba non viene mai bene

lo specchio riflette in eccesso                          

una faccia già disordinata

cosa vuoi ordinare i pensieri                

se la faccia è ancora quella di ieri

 

E passa un uomo e fuma                                               

se fumo non mi passa mai

si volta e mi vede distratto                                

d’un tratto mi vergogno di noi

non succede mai a voialtri                                

di umiliarvi da entrambe le parti

 

Eppure piove devo partire                    

quando piove non mi piace guidare

quando guido non mi piace per niente         

siamo solo continue partenze

per distanze che sono invenzioni                   

darci ritorni colmi di emozioni

 

E case a mucchi che portano al cuore,

di vicoli levigati dal sale

odore di sbornie di sole                         

e niente di niente da dire

tramontana spazza parole                    

tramonti rosso di mare

 

E donne curve su strade discese         

pescatori danno ombre distese

per lettere a fatica iniziate                    

commozioni appena accennate

fra ricordi e fantasia                              

ed è questa…sufficiente compagnia

Alberto Valerio Venturato alla tromba, Andrea Zanoletti alle percussioni e Matteo Arosio in primo piano al basso

Get-Semani                           

C’è un gran silenzio giù alla città antica                                

perché si senta la mia fatica                                         

non c’è rumore qui al vecchio frantoio                               

perché si senta il tempo in cui muoio                                   

E scesa l’ora del sole spento                            

Il buio accende il mio sgomento                                 

                                                                      

ani’ poched                        ho paura

ani’ ish echad                    sono solo un uomo

ani’ lo’ rozeh                      non voglio

a-men                                  cosi sia

                                                                      

Mi viene addosso tutto il dolore

il solo segno del tuo immenso amore

ed il tormento lo vedo tracciato

nel segno del mio scarno costato

mentre nel sonno degli amici rimasti

vedo la quiete che tu a me non lasciasti

                                                                      

ani’ poched                                                                                                                                             

ani’ ish echad       

ani’ lo’ rozeh                    

a-men                                 

 

Se il dubitare mi porta lontano

il mio destino mi siede vicino

la mia incertezza e la mia paura

il diritto al futuro la rinuncia più dura

Sotto una luna che non sa scaldare

questo esitare che ora fa male

 

Sotto quest’albero che cresce lento

son stato uomo fragile al vento

Piange l’ulivo divenuto già un salice

padre allontana da me questo calice

 

ani’ poched                                                                                                                                             

ani’ ish echad       

ani’ lo’ rozeh                                                                                                                                          

a-men      

a-men        

Francesco Donà e Lorenzo Sala alla chitarra, Isidoro Taccagni alla fisarmonica                                                                      

Canzone per Rita

Ora che a posto son le cose

e quieto dovrebbe essere il dormire

maledetta ora tarda benedetta luce d’alba

viene giorno sul disastro qui a Partanna

           

Figlia che non sei che un cancro in testa

incurabile di vergogna e malasorte

non basta amor materno non assolve la natura

se ti cresce dentro il ventre la sciagura

                                                          

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

 

Il mio seno diede latte e poi il silenzio

la famiglia è più dell’aria e del respiro

la vergogna acceca più che il tradimento

l’omertà non concepisce il pentimento

 

Figlia generata in un momento

opposta volontà per troppo tempo

semina e concime su terra di tradizione

vanifichi il raccolto ne neghi la stagione

 

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

 

Papà e poi Nicola come remi persi in mare

la rete del destino ti cattura e ti trattiene

e zitta come un pesce non è colpa me è valore

sono figlia tu sei madre ma non il mio autore

 

Io parto e quel che resta vince il giro

ma in giro non si dica che io ho vinto

una dinastia codarda lascia sangue dietro se

madre il dottor Paolo muore anche per te

 

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

 

Donna sbagliata e figlia mai nata

venne Piera a suggerire una giusta via d’uscita

un sentiero tolto al pianto una lacrima rovente

per purificarmi l’anima e ridarmela decente

 

La lapide in frantumi è solo il mio Caronte

di una vita ripulita da una triviale morte

si sappia in terra e in cielo madre mia meschina
che il gelo del tuo cuore sul mio è solo brina

 

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

 

Sette piani per spiegare che uno solo fu il peccato

quella regola sacrale che non ho mai rispettato

il volo è cosi lieve come mai nulla mi è stato

attraversami aria nuova ridammi un po’ di fiato

 

il volo mi fu lieve lo si dica pure in giro

l’aria nuova sarà fresca nuovo e fresco il mio respiro.

 

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

Aceddu `nta la aggia non canta p`amuri, ma pi raggia

 

Belli capelli

Belli capelli balla sotto un cielo di città           

Belli capelli canta della tua giovane età          

Balla belli capelli e mangia fantasie                

Vestita come sempre di passamanerie         

 

Dietro all’orizzonte c’è una terra da scoprire

Dove tutti sanno sempre cosa fare

Dove i sogni fioriscono senza mai appassire

Dove i giorni passano senza mai passare

                                                                          

Danza sopra il monte                             

Danza sopra il cielo

Danza sulle stelle

Con la gonna come un velo

Balla sulla gente

E la voglia di libertà

Sopra l’arroganza                                   

Sopra la stupidità                                                                                            

 

E abbraccia gente caso dille cosa vuoi

Che il mondo abbracci il mondo come i figli suoi

Che i poeti son serpenti che cercano le ali

Mentre tutti gli altri strisciano nei canali

                                                                          

Balla belli capelli fanne un vento fresco

Passa il temporale con in bocca un ramo di ibisco

Poi tutti con le spalle messe in chiaroscuro

Dritti come scope a pisciare contro il muro

 

Balla Barbarossa

Balla Gengis Khan

Balla Topolino

Diabolik Eva Kant

Danza un po’ irlandese

Afroturco pechinese

Da mattina fino a sera

La contessa e la cameriera

                                                                          

Lancia i tuoi vent’anni come dadi fra le mani

Gioca belli capelli a carte il tuo domani

Balla gira e canta la canzone della luna

Belli capelli gira che gira la fortuna  

Alberto Zangarini con Enzo Biffi

Il giorno nuovo

Il giorno nuovo è appena andato

e sento già il rimpianto in faccia

ti stupisci della mia fronte secca

che butta rabbia alle belle passanti

e sulla poltrona del dolore vero

ci sprofondi un altro al posto mio

non mi tiro indietro non ho paura

ti dirò solo è meglio che io adesso vada

 

Il giorno nuovo è già fuggito

ma temo torni il passato umore

e asciughi la mia fronte

l’antico gusto di un nuovo amore

ma so che il tempo è sempre a digiuno

ed ogni umore lo può saziare

anche se scrivo pensando a te

questo non vuol dire che io sappia il perché

 

Non smetterò di cercare il nuovo

di essere sempre nuovo fra la gente

non parlerò di te mai a nessuno

sarà il segreto della nostra pelle

seguimi come non l’hai mai fatto

oltre l’età che divide il tempo

e lascia sempre libero il mio posto

sulla poltrona dell’amore nostro

 

Quando nell’aria si accumula il silenzio

e il vuoto intorno mi stordisce

singhiozzo versi di una poesia antica

per digerire anche questa canzone

è inutile cercare scuse alla sfortuna

quando anche il sole ti da fastidio

quando appassito dal mio muto agire

torno al rumore delle mie idee

 

Ma scriverò un’altra canzone

Forse più allegra o più d’amore

saprò frugare dentro al silenzio

stringendo fra le mani il vuoto

mi accorgerò che ognuno è solo al mondo

dietro una mamma grossa e protettrice

e saprò chiudere dentro un cassetto

il mio destino come un dispetto.

Laurenzo Ticca legge una sua riflessione su due testi delle canzoni

Inventario                                                                        

Sono un piccolo bosco                           

Sono un grande orologio                                  

Un ombrello già rotto

Sono un angolo vuoto

Sono il colore del neon

Sono il peso del giorno

Sono bianco e colore

Sono il trono e l’altare

Pregare e bestemmiare                         

Pregare e bestemmiare                                                                                               

 

Quello che non sai è quello che sei

quello che non hai è quello che vuoi

 

Sono preghiera al contrario

Una sponda di mare

Sono l’orgoglio e il furore

Sono l’essere e avere

La luce piena del sole

Sono buio e lampare

Sono l’ultima nave

Sono tagliare la fune

Lo stare e l’andare

Lo stare e l’andare

 

Quello che non sai è quello che sei

quello che non hai è quello che vuoi

 

Sono paura di niente

Sono terrore invadente

Passato da immaginare

Futuro da ricordare

Sono il più ricco del mondo

Sono felice in un prato

Sono il più povero al mondo

Sono e non sono mai stato

L’indecenza e il peccato

L’indecenza e il peccato

 

Quello che non sai è quello che sei

quello che non hai è quello che vuoi

 

Sono un signore distinto

Sono un freddo assassino

Sono una voce fra tante

Un sognatore perdente

Un bambino già grande

Un vecchio da ascoltare

Sono Il veleno e la fame

Sono l’assenza e il pudore

Sono ignoranza e sapere

Sono ignoranza e sapere

 

Quello che non sai è quello che sei

quello che non hai è quello che vuoi…

La storia

Dimmi una storia come fossi un bambino

fu la preghiera in quel mattino

Il sangue è ormai lento dentro alle arterie

tu dimmi la storia di tutte le storie

Non gesta di eroi non draghi o castelli

non lupi e giganti o pirati ribelli

nessuna sconfitta e nessuna vittoria

tu dimmi le storie di tutta la storia

Lasciami quest’ultima storia

 

La figlia rispose con voce gentile

alzati è ora dietro casa c’è il sole

e insieme a ogni alba un po’ ci commuove

nasce il racconto di un altro altrove

E Illumina ancora la notte più scura   

con storie a cui manca tempo e paura

Il giorno le accoglie tutte d’un fiato

il tempo non ha futuro o passato

Il tempo non è mai passato

 

Le storie ci assolvono da ogni peccato

annullano il peso di ogni nostro segreto

Poesie stropicciate nel portafoglio

sono onde spumose contro uno scoglio

Sono cieli impetuosi e venti di burrasca

sono tuoni nascosti dentro una tasca

ma poi d’improvviso si fan quiete di lago

magie di parole e trucchi di mago

Le storie sono un luogo un pò vago

 

La figlia vedendolo ascoltare attento

capì che era giunto il fugace momento

Sentì la sua vita in quel soffio dolente

che il tutto si prende fino a diventar niente

E disse quell’ultima frase esitante

che l’unica trama la più importante

La scrive ogni uomo e non c’è vana gloria

ma Il racconto eterno della propria memoria

Che le storie vincono sulla storia

Che le storie vincono sulla storia

da sx Silvia Biffi, Alberto Zangarini, Isidoro Taccagni

Lemà sabactani

Io vivo da “già morto “   

io attendo il “più niente”

coi mesi e con gli anni     

che svuotano il vuoto     

assassino per poco                     

condannato per sempre

la morte per legge            

 

Sparare nel mucchio

e uccidere a caso

non è il mio mestiere

io scelgo preciso

trattengo un respiro

e non sbaglio il colpo

e spengo un respiro

 

Eli Eli lemà sabactani

Eli Eli Eli lemà sabactani

 

E aggiusto la gonna

il livido nascosto

lo porto in processione

per chiedere scusa

delle mie malevoglie

ciò che dio unisce

la violenza non scioglie

 

Vola alto il machete

e canta basso il fucile

c’è un buco di corpi

mucchio da seppellire

sono ombre di uomo

solo sagome rotte

di fantasmi nella notte

 

Eli Elii lemà sabactani

Eli Eli Eli lemà sabactani

 

La lamiera è rovente       

verrà il giorno di dio

in questa terra violata

mentre scivola il monte

e si porta all’inferno        

la baracca e il suo fango

avrà mai fine l’inverno   

 

Guardo al mare e al monte

all’albero del perdono

miracolo della speranza

in una pasqua lontana

quest’uomo che è straccio

abbandona il  sudario

e sale nudo il calvario

 

Eli Eli lemà sabactani

Eli Eli Eli lemà sabactani

 

E Marta è nata in galera    

E Gianni muore di noia

Hammed rovescia il gommone

Nadir che vende il suo rene

Maria sputtana il suo corpo

E nasce un bambino già morto

Un altro viene venduto

Un corpo brucia in miniera

Belgrado muore ogni sera

Il capo trucca il bilancio

C’è troppa gente in corsia

Non basta mai la pensione

Un vecchio grida il suo nome

Marcello picchia sua madre

Bestemmia il cielo suo padre               

Qualcuno piange lontano

Qualcuno non ha più voce

Un cristo grida dalla croce

 

Eli Eli lemà sabactani

Eli Eli Eli lemà sabactani

Eli Eli lemà sabactani

Eli Eli Eli lemà sabactani

Mio padre (novecento)

Gli occhi scuri come acqua nel pozzo  

il pozzo dove è caduto il tempo

che affonda dentro ai giorni uguali      

e cambia giorni e capelli

che ogni istante si fanno sempre più rari

 

Le frasi quasi le puoi contare

sempre le stesse parole

passatempo che nessuno ascolta                    

inutile il raccontare

età negata che a nessuno importa

 

Anni inventati dalle tue braccia             

ogni ruga un disegno amaro

e quelle mani sempre troppo dure       

per cogliere insicure

il fiore nato dalle mie paure

 

Sarà che si perde la voglia di provare

o forse è solo stanchezza

credo ci si senta a maggio                       

inverno da dimenticare

non più disposti a nessun altro paesaggio

 

Mio padre è il corpo che ho                    

mio padre mi insegue severo

mio padre è quello che serve     

perché mi arrenda

ad essere parte della sua pelle

 

Mio padre è una schiena normale

rotta in una guerra mondiale

che ha vinto perso resistito                    

chissà io al suo posto

quante volte avrei già mollato

Mio padre è un oggetto smarrito         

nel mondo che lui ha costruito

perso dentro la confusione                    

fra un ricordo di campagna

e le balere della sua generazione

 

E gli occhi scuri come macchie nel volto         

il volto di chi a già capito il tempo

che corre sopra i giorni uguali                           

e cambia solo i capelli

che ogni istante si fanno sempre più chiari

da sx: Francesco Donà, Lorenzo Sala, Isidoro Taccagni

Notte di quasi estate

Notte di quasi estate

fra montagne che non so

col buio troppo buio

per farsi un po’ piacere

e ogni albero è un ricordo

ogni ramo un’idea usata

e questo buio quasi un grido

in questa notte che si è spezzata

 

Pensieri ormai sbiaditi

e fastidiosi come insetti

tornano alla mente

insieme a uomini distrutti

e cento facce da ritrovare

e mille azioni da rinnegare

e il vento gelido congela

tutta la voglia di ricominciare

 

poi se ti ricordi

c’è gelo in primavera

poi fra le tue mani

è terra che diventa fumo

bufera sull’avvenire

inquieta il tuo passato

e a vuoto guarderemo

lo specchio rotto che abbiamo avuto

 

Quasi sei già diviso

fra un quieto e stanco rito

e un mito impertinente

come un invito a reagire

già il mago è nella piazza

e la tua rabbia gli scompare in mano

ma nella notte ormai ti appare

solo la burla di un ciarlatano

Chissà dove arriva

la paura che ci uccide

chissà quando uccide

questo grido soffocato

quale storia verrà dopo

quale sole sorge ancora

quale alba porta luce

al buio alla notte alla morte sicura

 

E’ triste chi è stato spesso solo

E’ triste chi non riesce a stare solo

E’ triste chi ha avuto troppa allegria

E’ triste chi della gioia “se ne fotte”

E’ triste chi ha conosciuto se

E chi non sa nemmeno chi è…

 

Per te

Per te che non so neanche chi sei

che hai una storia come tutti noi

che hai saputo amare forte

e come tutti hai amato troppe volte

ti sei scordata un solo istante

che eri tutto che eri importante

e quella musica veniva dal cielo

e quella musica svelante il mistero

 

Col tempo forse passerà il male

e anche lui ti saprà perdonare

magari la sua vita cambierà

ma nell’ora in cui ti penserà

cercherà dietro ai ricordi più vaganti

di fermare le parole più importanti

e fermando quel discorrere lontano

avrà cura di un pensiero così umano

 

E c’era sempre un figlio da incontrare

e quel figlio che non so incontrare

e l’amore alla sera che univa

quell’ amore era un cane che rideva

e ancora cerco specchi per cercarmi

e ancora rompo specchi per trovarmi

e c’era sempre sole da sognare

e volevo solo un sole da sognare

 

Il respiro si è stretto in una morsa

troppo lunga questa inutile corsa

come l’attimo in cui perdi la gara

il traguardo dell’ultima sera

e vuoto e acido e pianto

e lo stomaco si frantuma in uno schianto

e unghie piantate nel cemento

ogni momento così lento troppo lento

 

Più in là

Mi piace scoprire l’origine delle cose

entrare nel proibito della loro identità

capire se è un vero peccato

voltar la faccia ad un destino già assegnato

E credere che in fondo non è giusto

                                 che qualcuno sia sempre fuoriposto

                                 e che altri si dicano “civili”

solo per la fortuna di non essere nati nei porcili

più in la………………

 

Voglio capire in ragione di quanti affari

quanti popoli si sacrificano agli altari

di ingiustizia prepotenza e paura

dove è mai questo orgoglio di cultura

                                 Nazione di valori e libertà

                                 sapiente della propria civiltà

                                 ma sorda davanti alle grida

                                 di chi paga col sangue la propria e l’altrui felicità

più in la………………..

 

Un vuoto immenso solo da colmare

fermo immobile fino a scomparire

e quel civile senso del dovere

che ogni volta mi sa fermare

                                 Senza imprudenze azzardi o leggerezza alcuna

                                 sei lontano dalla tua umana natura

che concede tempi sereni a chi li chiede

                                 ma che inevitabile ti obbliga a decidere

più in la………………..

 

Ma sono sicuro che il concime di ogni agire

è il solo frutto dello sterco del dolore

e il raccolto sarà un carico di sale

e il raccolto sarà barca in mezzo al mare

e a tutti quelli che non sono mai arrivati primi

                                 vinti da giorni spesi ai confini

                                 non resta loro che costruire ancora

perché questa casa abbia un posto migliore e allora….

 

Sognando chi

Come il breviario della mia giovinezza

Mi appari in sogno come una debolezza

Un arto perso un dolore un sedimento

Mi sveglio e cedo ancora al pentimento

E devo stare attento

Per come ti sento

 

Ora ti vedo o è solo la tua ombra

Ma non importa il ricordo è in ciò che torna

E sul sagrato la figura mia imbranata

Bacia piano la bocca tua rinata

Tu non sei stupita

E non sei pentita

 

Sono stato poi ben altra persona

Ho incontrato poi ben altra buona vita

Ho pulito e ordinato un po’ la storia

Ho abusato di tant’altra memoria

ma mi manca l’aria

qui manca l’aria

 

Perché era bello parlare parlando di te

Ed era facile in due imparare a tacere

Disordinando i tuoi capelli castani

Perquisiti a caso dalle mie mani

Ma tu non rimani

No non rimani

 

Così ti aspetto per un’unica cena

E sarà  forse  il vino a chiarire la scena

Tu abito da sera esibito a bandiera

Io giacca un po’ naif e voce finta austera

Oh mia signora

Bella signora

 

Ti vedrò come voglio inventerò ogni cosa

Una salvezza un imbroglio una dignità preziosa

Mi vedrai bello vecchio ingordo e bambino

Imbarazzato dall’insolito sentirti vicino

Così vicino

Ma è già mattino

Vedi è mattino…

 

Stelle e strisce

Ti ho sognata a mezzogiorno

sotto un cielo a stelle e strisce

passeggiavi silenziosa

sottovento a muso triste

e tornata dalla terra

dei cavalli e dei cowboy

ti sei presa cura

che io entrassi nei fatti tuoi

 

Sottovento sottovoce

sotto sotto non è male

i tuoi giorni di velluto

me li hai fatti amare

e tornato in quella terra

che da sempre porto in me

ho creduto fosse giusto

offrirne un pezzo a te

 

A te che sei fiori e piume

ho chiesto pietra e legno duro

io che cresco concimando

di sudore il mio futuro

non potevi certo offrirmi

quel tremore che non hai

io ti penso terra argilla

donna donna come sei