Coronavirus: la fragilità della globalizzazione

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Intervista ad Alfredo Somoza – di Marco Riboldi

Sulla situazione attuale, caratterizzata dalla pandemia e dalle sue gravi conseguenze, abbia sentito l’opinione di Alfredo Somoza, esperto di politica internazionale e docente, nonché nostro abituale collaboratore.

Professor Somoza, una cosa stiamo imparando da questa pandemia, nel caso non l’avessimo ancora capita: il mondo è diventato un unico villaggio dove tutti non solo comunichiamo, ma, volenti o nolenti, condividiamo la stessa sorte

Il mondo disegnato dall’ultima ondata di globalizzazione degli anni ’90 è come un organismo vivente e finalmente lo cominciamo a capire. I gangli che garantiscono il suo funzionamento sono distribuiti ovunque. Il mondo odierno funziona appunto come un organismo vivente che si alimenta di materie prime ma anche di industria di trasformazione, alta tecnologia, logistica, intermediazione e marketing. Tutto sparso in giro per i continenti, senza escludere praticamente nessun Paese. Non vi può essere indifferenza su quello che accade in Africa, nelle periferie di Los Angeles o in una remota provincia cinese. Dobbiamo fare un salto di qualità nella nostra percezione della realtà. Una volta essa si limitava alla propria cittadella, poi al paese, oggi al mondo. Questa il principale vulnus delle visioni localiste. Leader come Trump o Bolsonaro hanno voluto fare fronte alla pandemia, e alla crisi economica che ne seguirà, chiudendo frontiere, dando le colpe agli altri, immaginando di essere immuni. Se il concetto di “stare tutti sulla stessa barca” ha un senso compiuto lo possiamo vedere oggi in tutta la sua drammaticità, ma anche in tutta la sua potenzialità.  

Però quando si vive nella stessa realtà occorre anche avere delle norme comuni. Sotto questo profilo mi pare che abbiamo ancora un cammino lungo da percorrere

Un tema urgente da affrontare a pandemia sotto controllo è proprio quello delle regole condivise. La globalizzazione dell’economia ha anticipato il bisogno di una globalizzazione delle regole, dei diritti e delle risposte collettive alle sfide mondiali. Bisogna ripristinare il sistema multilaterale di dialogo e decisioni globali. L’ambiente, l’economia, la salute pubblica non possono in nessun modo oggi essere affrontate con ricette nazionali. Anche perché non c’è tanto tempo, nel mondo continua ad avanzare il totalitarismo. Russia, Turchia, Cina sono sempre più potenti e il loro “modello” di società esclude la democrazia. In queste settimane in molti stati democratici sono state sospese a furor di popolo le garanzie costituzionali, violata la privacy, ignorati i parlamenti. L’emergenza chiama la “mano dura”, e la mano dura esula sempre dalla democrazia. Il totalitarismo è contagioso, diffonde un virus non meno letale di quelli biologici. La democrazia è una scelta e deve fare scelte. Adagiarsi, lisciare il pelo, subire senza reagire i ricatti di regimi autoritari, o peggio ancora, importare i loro metodi, è cedere di fronte a chi pensa che chi usa la forza vince.

Ma oggi non pare facile trovare la forza in grado di dirigere ed arginare fenomeni così complessi. Come vede la situazione sotto questo profilo ?

Ecco, questa crisi riporta di attualità la politica. Una politica di lungo respiro, che non sacrifica ad esempio un sistema sanitario pubblico agli interessi privati, ma che garantisca che continui a farsi carico della sua missione storica: accudire tutti senza distinzione di reddito. Solo istituzioni pubbliche efficienti e con tutte le risorse a disposizione possono arginare le derive autoritarie. Un servizio sanitario nazionale – quella geniale invenzione europea! – in grado di fare prevenzione e preparato all’emergenza è più rassicurante dell’esercito per strada.

Le istituzioni oggi però vacillano, lasciando colpevole spazio agli apocalittici della rete. La stessa politica è pesantemente influenzata dal dibattito online, dove tutte le opinioni valgono, idiozie comprese. Se questa crisi ci sta già lasciando un insegnamento è quello dell’urgenza di ripensare l’informazione fruibile oggi, che non sta più sui giornali ma in rete. Ma quali strumenti ci sono perché chiunque possa valutare cosa sta leggendo?

Infine, non va sottovalutato che sono i cittadini oggi a chiedere a gran voce che questi fenomeni siano governati dalle istituzioni politiche, anche a livello internazionale: è un ottimo viatico per rimettere finalmente mano al dossier abbandonato delle regole e delle pratiche comuni per il governo del mondo. Per quanto oggi tutti si stiano chiudendo entro i propri confini nazionali, è chiarissimo ormai che da soli non ci si salva.