Haiti: Amina sconfiggerà il cancro

 di Donatella Di Paolo

Amina arriva da lontano, da un villaggio a decine di chilometri da Port Au Prince. Fango, sporcizia, stenti e amore come quello di cui ama i suoi cinque figli. Il primo venuto al mondo quando lei aveva 15 anni.

Amina ora di anni ne ha 28, ma a guardarla bene sembra ne abbia 50. Il volto segnato dalla fatica, dalla tristezza, da quella tristezza di chi sa che quei figli potrebbe non vederli crescere. Il marito se lo è portato via il colera dopo che insieme avevano superato il dramma del terremoto. E, se anche lei se ne andrà, il destino dei suoi figli sarà segnato. Vagheranno per il villaggio e poi finiranno come tanti a Port au Prince inghiottiti dalla bidonville, magari chi lo sa, arruolati nelle file della criminalità.


Lei la parola cancro neppure la conosceva, ma il suo seno si era modificato, giorno dopo giorno. A destra le era cresciuta una massa e quando per il fastidio non era più riuscita a dormire aveva deciso. Aveva lasciato i bambini e in qualche modo era arrivata all’ospedale Saint Luc. Si era messa in coda all’alba e dopo ore era entrata in una stanza. Il medico aveva fatto tutto ciò che poteva fare, una biopsia. Ma la strumentazione non c’era. Perchè siamo ad Haiti, uno dei paesi più poveri del mondo. Non c’era un ecografo, tantomeno un mammografo.

Così la biopsia era stata fatta nell’unico modo in cui si facevano le biopsie, non guidata dall’ago in ecografia; ed era negativa, quindi tutto a posto. E così Amina era tornata al villaggio. Ma la massa cresceva. Ma Amina è una donna intelligente. Aveva capito che qualcosa non funzionava e poi …quel chiodo fisso. Non doveva lasciare cinque orfani.

Donatella Di Paolo con i medici e pazienti haitiani

Da un prete viene a sapere che ci siamo noi all’ospedale Saint Luc. La brest cancer task force, qualcuno che è arrivato da lontano per aiutare le donne di Haiti. Qualcuno giunto su quest’isola grazie alla collaborazione di due fondazioni che lottano per una vita degna di tale nome. La Fondazione Umberto Veronesi e la Fondazione Francesca Rava.

Il dottor Enrico Cassano con l’ equipe della Brest Cancer Task Force – Fondazione Rava e Fondazione Veronesi

E così Amina riparte.Quando entra in quella che diventerà presto per molte donne la stanza della speranza dove spiccano i nostri manifesti sull’autopalpazione scritti in creolo e pieni di illustrazioni colorate, parliamo poco. Non aveva voglia di parlare. Voleva solo vivere.

Il dottor  Enrico Cassano e il team di medici e infermieri haitiani la fanno stendere sul lettino e con l’ecografo arrivato finalmente da Milano dopo un lungo viaggio oltreoceano fanno la prima ecografia. Il cancro è lì, grande otto centimetri, ed è arrivato ai linfonodi. Cioè ci sono le metastasi.

Il dottor Cassano ripete la biopsia, quella biopsia che il giorno prima aveva insegnato a fare ai medici haitiani prendendo una mela che veniva poi infilzata con un ago. In realtà in Italia le biopsie si imparano a fare su un petto di pollo nel cui centro si mette un’oliva. Ma era pretendere troppo.

La biopsia è positiva, ossia il risultato precedente era errato.
Quando le spiego tutto lei finalmente mi guarda negli occhi. Ti saresti aspettata le lacrime. No, Amina sorrideva, era come sollevata perché adesso le era chiaro che di cancro si può anche vivere, di ignoranza si può certamente morire. Sapeva che era arrivata finalmente la speranza. E così è stata affidata ai medici che le hanno asportato il seno malato ed ha fatto la chemioterapia.


E’ tornata dai suoi ragazzi. Fra qualche giorno la rivedremo.

 

 

 

 


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