Diario dal Libano VIII: la fine

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di Claudia Terragni

28 Agosto 2016. Inutile dire che è difficile raccontare tutto in due minuti. Ogni giorno amici, parenti, conoscenti più e meno vicini se ne escono con la domanda fatidica: “Allora?! Com’è andata in Libano?”. Ecco … e da dove comincio?

 Quasi non la voglio questa domanda. È difficile riassumere tre settimane di volontariato con Caritas Libano in due minuti.In due minuti puoi raccontare le cose banali, gli aneddoti stupidi magari, giusto per rispondere senza obbligare il povero malcapitato ad ascoltare per ore. Il lungo ascolto è fatto per gli amici che si tengono una mattinata appositamente per sentirti parlare. In queste occasioni puoi lasciar uscire tutta l’ondata di vita di cui ti sei appena ricaricato. Non vede l’ora di schizzare fuori con tutta la sua elettrizzante forza. È dirompente, è difficile lasciarne andare solo qualche goccia, poco alla volta. Vorrei dirlo a tutti quei “com’è andata” disinteressati, che è una domanda rischiosa, con una risposta inevitabilmente impegnativa. Ci provo a centellinare il racconto in qualche misero episodio, ma mi sembra sempre di omettere qualcosa di fondamentale anche dopo fiumi di parole, e va a finire che la voglia di condividere rompe ogni argine. È una questione idrostatica.

Cerco ascolto, ma non lo pretendo. Ci sono sensibilità diverse, c’è a chi interessa e a chi no. Però se l’acqua inizia a uscire non la ferma più nessuno.

Ma la cosa che non mi spiego è che ho ancora sete. Ho sente di mondo. Non mi è bastato, più ne provi e più ne vuoi.

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Un volta un mio amico mi ha mostrato un libro. È un libretto per bambini, di Riccardo Bozzi. Poche pagine, cartonato, con una semplice frase per pagina e disegni elementari, praticamente solo forme geometriche di colore uniforme. Ti ruba il cuore. E il tuo cuore ne ruba qualche frase. Il mio ne ha rubata una: “il mondo è tuo e tu sei del mondo”.

Credo che in questo caso non sia più una questione idrostatica ma geometrica. Riguarda la lunghezza del raggio d’azione che vuoi che abbia la tua vita. Un raggio d’azione che può essere lungo fino alla fine della tua via come raggiungere la misura del diametro terrestre. Dipende da quanto vuoi che arrivi lontano la tua influenza. Perché in un modo o nell’altro, più o meno lontano, influisci sul mondo. “Il mondo è tuo”. E poi più si allunga il tuo raggio d’azione, più si espande l’area che ricopre il tuo senso di appartenenza. Puoi sentirti molto appartenente al tuo paesino di 7000 abitanti, puoi sentirti brianzolo, lombardo, italiano, europeo, occidentale. Oppure sentirti.. come si dice? Globale? Cittadino del mondo? Io non sento di appartenere all’Italia più che al Libano più che al Kenya più che al Brasile. Mi sento ugualmente chiamata in causa, mi sento responsabile. “Tu sei del mondo”.

E dopo questo viaggio ne sono sicura: nella mia vita voglio essere dove il mondo mi chiama. Ecco chi era quel cowboy nell’armadio. https://amelespiegate.wordpress.com/2016/09/04/diario-dal-libano-i-un-cowboy-nellarmadio/ Voglio essere dove c’è bisogno. Non come vittima sacrificale, anzi. Per una motivazione totalmente egoistica: perché mi rende felice. Mi sento realizzata se posso rendermi utile, se posso prendermi cura del mio mondo. Ma in fondo lo faccio per me mica per lui.

Perché non stare a casa mia? Sono piena di necessità anche la Brianza o Padova, ci sono un sacco di persone da aiutare anche qui. Tutta questione di geometria, il mio raggio è più lungo e la mia area più grande. Non ci sto dentro! Mi dispiace, sarebbe molto più semplice anche per me, ma non ci sto. Non mi sento migliore, anzi invidio parecchio, chi riesce a dissetarsi con meno “mondo” di quanto ne serva a me. Chi fa un viaggio di volontariato all’estero non è più buono del tizio che raccoglie le cartacce dalle strade del suo paese con Legambiente. Non si vincono punti paradiso né punti fragola. Ognuno ha interessi diversi ed è impossibile essere sensibili a tutto, non siamo mica onnipotenti. Si può avere una particolare sensibilità per la questioni legate a guerra e profughi e non sapere nulla di problemi ambientali, per esempio.

A volte però è difficile non criticare chi proprio se ne frega. Chi effettivamente non guarda un po’ più in là della punta del proprio naso e non si sente minimamente toccato se non da ciò che accade a lui in prima persona. Gli inetti. Addirittura Dante non li considera degni neanche del primo girone dell’inferno: “non ragioniam di lor ma guarda e passa”. Forse in questo caso è una questione letteraria. Non penso che esistano davvero. Per la stesso motivo per cui è impossibile essere sensibili a tutto, è impossibile anche non essere sensibili a niente: non siamo mica onnipotenti. Siamo umani e in quanto tali in qualche modo siamo del mondo. Che il raggio misuri quanto la larghezza della propria piccola bolla, quanto la superficie della propria torre d’avorio, resta sempre e comunque un raggio.

Capisco se a qualcuno non interessa sentirsi il mega racconto sul mio viaggio. Ma tentar non nuoce.

 

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