“Dolore e gloria”: la rivincita di Almodovar

di Mattia Gelosa

Capita a molti artisti di perdersi, ovvero di non riuscire più a scrivere, cantare, girare un film, o di non riuscire mai a liberarsi di un genere, di un’etichetta, di uno stile anche quando questo appare stantio.

Così, come di scrittori che scrivono libri con protagonisti scrittori ne abbiamo moltissimi, anche per il cinema questo incastro non è una novità e lo sanno bene Fellini, Truffaut o Woody Allen. Oltre ad Almodovar, appunto.

Il regista spagnolo porta sugli schermi del Festival di Cannes e di tutto il mondo il suo 21esimo film, a tre anni di distanza dal poco riuscito “Julieta”. Questa volta l’autore fa centro e si prende una rivincita contro sé stesso e i suoi ultimi insuccessi.

Con “Gli amanti passeggeri” aveva riprovato a dar vita alla commedia degli eccessi, mostrando però come quel genere e quello stile di film fossero perfetti negli anni ’80, ma ormai superati e del tutto privi di novità e mordente oggi. Con “Julieta” aveva deviato verso la strada melodrammatica, ma senza verve e senza una forza nella sceneggiatura che rendeva interessante e convincente il film.

I due pilastri della sua carriera, il gusto dell’eccesso nelle farse e la capacità di strappare risate in mezzo alle lacrime, si stavano sgretolando: il regista non riusciva più a gestirli e ad adattarli ai cambiamenti della società e del cinema stesso.

Con “Dolore e gloria” Almodovar  torna a mostrare nuovamente le proprie qualità. I premi vinti sono meritati e lui è in primis un autore e un intellettuale, non solo un regista famoso per le scene erotiche e i toni ultrapop e sgargianti delle sue pellicole. Il risultato è vincente.

Antonio Banderas – ad una prova attoriale davvero notevole – è Salvador Mallo, un regista in crisi professionale, sentimentale e anche fisica, poiché sta vivendo una mezza età costellata di problemi di salute e dolori cronici con cui è difficile convivere.

Una sequenza bellissima ci mostra una carrellata di radiografie e di esami clinici a cui il paziente si è sottoposto e ci riassume in pochi minuti il suo dolore corporeo, al quale nelle due ore di pellicola si affiancherà quello spirituale. Fede, sesso, legami famigliari e professionali, creatività sono le tematiche care al regista che ancora una volta decide di indagare insieme allo spettatore.

Almodovar non cambia la sua natura e le sue riflessioni, il materiale da plasmare rimane lo stesso, ma in questo film riesce a farlo in modo nuovamente convincente. Non mancano le risate (bellissima la scena della telefonata in diretta al cineforum), non mancano i sentimentalismi e le lacrime, non sono assenti nemmeno le grandi coincidenze che uniscono per pura casualità persone lontane che si erano perse negli anni.

Quello che manca è l’orpello kitsch che patinava le immagini delle sue opere precedenti e che oggi non incontra forse più il gusto del pubblico: non ci sono scene di sesso, isterismi, parolacce e personaggi volgari, interni arredati in stile grottesco. Solo sano realismo velato in alcuni punti da tocchi di neorealismo.

Certo, il filtro dell’autore rimane ed è visibile in alcuni elementi che fanno parte del marchio di fabbrica: l’uso strategico del colore rosso, le musiche strazianti di Iglesias accompagnate da canzoni pop (“Come sinfonia” di Mina, in questo caso), lo stile della regia e dei movimenti di macchina, le citazioni al cinema (il poster di “8 e ½” di Fellini, non a caso), il giocare con il metacinema e il mostrare il teatro nel film.

Possiamo dire che Almodovar confeziona un bellissimo lavoro e lo fa rinnovandosi, senza perdere mai di vista sé stesso, i temi e le immagini a lui più care. Il regista si analizza e proietta il suo alter ego sullo schermo per lo spettatore, ma dopo aver fatto sicuramente un’autoanalisi nella fase di lavorazione del film. Che infatti trasmette nostalgia, amore, passione, voglia di rinascita e di riscatto.

Emozioni che in sala si percepiscono e che ci fanno capire che Almodovar è ancora un campione e che forse ha trovato la quadra per essere sempre attuale. Una caratteristica che per chi è sulle scene da trent’anni è davvero merce rara.

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