Don Lorenzo Milani: la parola che vince la povertà

di Francesca Radaelli fotografie di Dario Erba

Conquistare la parola. Entrare in possesso della capacità di esprimersi, e allo stesso tempo di comprendere le dinamiche del mondo e della società. Era questa l’unica strada, secondo don Lorenzo Milani. L’unico modo per i contadini e gli operai che frequentavano la sua parrocchia, prima a San Donato di Calenzano e poi a Barbiana, di conquistarsi la dignità di persone e la sovranità di cittadini.  Proprio le parole di don Lorenzo, e la sua vicenda di educatore e uomo di Chiesa, sono tornate a risuonare e rivivere a Monza lo scorso 26 ottobre, all’interno dell’incontro modera  to da Fabrizio Annaro organizzato dalla Caritas decanale nell’ambito della mostra allestita presso la Comunità Artigianelli in ricordo del priore di Barbiana, un’iniziativa di Caritas Monza condivisa da Comunità Artigianelli, Diapason Cooperativa Sociale, Cooperativa Sociale Meta, Centro Educativo Antonia Vita, Pier Giorgio Frassati, Coordinamento doposcuola, con il patrocinio del Comune di Monza.

Alla domanda, scelta come titolo della mostra, “La cultura vince la povertà?” la risposta di don Lorenzo sarebbe stata probabilmente che la cultura, intesa appunto come possesso e esercizio della parola, è l’unico modo per vincere la povertà.

Lui, che proveniva da una famiglia coltissima della borghesia fiorentina, se ne accorge in un momento preciso della sua vita di uomo e di sacerdote. Lo ha ricordato Innocente Pessina, ex preside del liceo Berchet di Milano, ed esponente della Fondazione don Milani. È stato lui, lo scorso venerdì a tracciare una panoramica della storia di don Lorenzo.  Regalando al pubblico presente al convegno il racconto di una serie di episodi della sua vita che hanno letteralmente illuminato la figura e la vicenda di un uomo che aveva nella radicalità e nella coerenza due tratti imprescindibili della sua personalità.  

La scuola di Calenzano, prima di Barbiana

Tra questi anche quello decisivo della sua ‘conversione’ a educatore. Avviene a San Donato Calenzano, il paese alle porte di Prato in cui viene inviato dopo aver preso i voti: “Inizialmente organizza dei veri e propri giochi con i ragazzi dell’oratorio dalla scherma alle gite in bicicletta. Poi, osservando i ragazzi di Calenzano si rende conto di una cosa, che subito scrive in una lettera indirizzata alla madre. Quei ragazzi, in gran parte figli di operai, non comprendono il linguaggio del prete che dovrebbe insegnar loro il Vangelo. Come possono comprendere il Vangelo se non conoscono le parole, si chiede don Lorenzo.  Da questa osservazione, che oggi può magari sembrare banale, ma allora lo era forse un po’ meno, nasce una nuova consapevolezza: l’impegno deve essere quello di evangelizzare e nello stesso tempo di istruire, fare scuola è parte integrante della ‘professione’ di sacerdote”.

Innocente Pessina

È allora che dà inizio alla scuola serale di Calenzano, aperta a tutti, anche ai giovani della Casa del Popolo. I giochi in oratorio vengono messi da parte e iniziano le conferenze del venerdì. A ognuna viene invitato un personaggio importante, a cui i ragazzi rivolgono domande, spesso provocatorie, dopo essersi preparati nelle settimane precedenti sotto la guida di don Lorenzo. E così gli avvocati più in vista si sentono rivolgere domande del tipo: ”Ma lei le paga le tasse? E difende anche chi non ha i soldi per pagarla?”. E spesso l’ospite si offende per la schiettezza delle domande, come accade con Ettore Bernabei allora direttore del Mattino di Firenze, che se ne va infastidito, sbattendo la porta. “Salvo poi diventare uno dei più grandi amici di don Lorenzo”.

Una delle sue tecniche era proprio questa, racconta Innocente Pessina: “Trattare male le persone. Tanti ragazzi hanno preso una pedata da don Lorenzo. Ma non calava il sole prima che lui non avesse preso da parte la persona, spiegato le ragioni, ricomposto il dissidio e ricucito il rapporto”. Una delle tante sfaccettature di un uomo il cui grande merito, come ha ricordato in collegamento telefonico Agostino Burberi, primo studente della Scuola di Barbiana, è stata innanzi tutto la coerenza delle parole con i fatti e poi la capacità di trasmettere la convinzione che tutti siamo responsabili di ciò che accade intorno a noi.

Le lezioni della scuola di Calenzano erano già molto incentrate sulla lingua italiana: “Piano piano si perfeziona in lui un convincimento”, evidenzia Pessina. “Se secondo l’ideologia marxista è il possesso dei mezzi di produzione a far sì che il proletariato conquisti il potere, secondo don Lorenzo le classi subalterne avranno la possibilità di essere elevate solo attraverso il possesso della parola”.

 

Una voce libera, da dentro la Chiesa

Ma don Milani a Calenzano e poi a Barbiana non fa solo il maestro: “Quando si dice che non faceva il prete, non è vero: le due cose erano strettamente legate, il riferimento erano i due libri, vangelo e costituzione. Anzi la sua forza è stata quella di dire sempre sì, di obbedire al suo vescovo e alla curia, pur non rinunciando mai a esprimere il suo pensiero, spesso molto critico con la gerarchia ecclesiastica, anche pubblicamente scrivendo lettere che poi erano pubblicate sui giornali. Ma lui, a differenza di altri suoi contemporanei, ha voluto rimanere sempre all’interno della Chiesa”.

E quando, per punirlo del rifiuto di raccomandare alla sua gente di votare il candidato imposto dal vescovo questi lo manda in mezzo alle colline Barbiana, don Lorenzo non fa una piega. Anzi, compra una tomba sul territorio comunale: accettando così come proprio destino la decisione della curia.

da sinistra: Paolo Pilotto, Innocente Pessina e Fabrizio Annaro

La politica al servizio di tutti

Ma in una società come quello di oggi in cui sembra impossibile comunicare tra mondi diversi, come si vede sul piano del confronto politico, che cosa ci insegna don Milani?

Alla domanda di Fabrizio Annaro Innocente Pessina risponde riportando la definizione di politica data da don Lorenzo: “Politica è risolvere i problemi assieme: sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. È una questione oggi più che mai attuale: “Sembra che l’unica preoccupazione sia difendere se stessi, basta vedere gli slogan: l’America prima di tutto, prima di tutto gli italiani. Sarebbe un salto di civiltà enorme se la politica dedicasse tempo e competenze con l’obiettivo di risolvere problemi di tutti”.

 
La scuola di Barbiana

Lo stesso spirito don Lorenzo lo applicava alla sua visione di scuola che spesso è stata però male interpretata. “La scuola di Barbiana è stata scimmiottata in modo sbagliato dopo il Sessantotto”, precisa Pessina. “Don Lorenzo diceva che nessuno deve essere bocciato nel senso che ognuno deve essere promosso, che agli studenti occorre dare di più, non di meno. Essere dalla parte degli ultimi non vuol dire abbassare l’offerta formativa”. Anzi, don Lorenzo a Barbiana alzava sempre l’asticella: “Appena arrivò la corrente elettrica, si procurò immediatamente un proiettore e i tre film che faceva vedere ai ragazzi erano Roma città aperta, Ladri di biciclette e La corazzata Potemkin”. Non esattamente pellicole semplici. “Ma ogni scena veniva fermata e spiegata perché tutti potessero capire. Grazie alle sue conoscenze riuscì a portare sei dei suoi ragazzi a vedere La Bohème alla Scala di Milano. Insomma la sua era una scuola di qualità. Abbassare il livello non vuol favorire ma fregare per sempre i più poveri e coloro che non hanno altri mezzi per acquisire istruzione e cultura”.

E la scuola di oggi

Un modo di pensare la scuola che ancora oggi rappresenta una sfida per chi nella scuola ci lavora. “Quanto talento sprecato, verrebbe da dire, pensando a Barbiana, un piccolo paese in mezzo al bosco a cui don Lorenzo ha dedicato tante energie”, ha esordito Paolo Pilotto, vicepreside del liceo Zucchi di Monza. Ma da Barbiana scrive a sua madre che “non conta la grandezza del posto in cui stai ma conta quello che fai. Non conta il numero delle persone che incontri, contano le persone che incontri”.  In realtà a pensarci bene ogni insegnante si trova nella stessa situazione: è chiamato ad agire in un punto circoscritto nello spazio e nel tempo: “La scuola è fondamentalmente un luogo dell’incontro. Anche quella di oggi che, in un contesto iper comunicativo – che non vuole dire acculturato –  presenta lo stesso il bisogno di affrontare forme di povertà che cambiano magari le loro caratteristiche ma nella sostanza rimangono universali. La sfida è continua e coerente”.

Chiamato a soffermarsi sulla situazione specifica del nostro territorio brianzolo, Pilotto sottolinea come la Brianza sia una terra fertile, ma non solo in termini di lavoro e denaro. “La città di Monza ha più di 90 scuole, la Brianza ne ha più di 150: in rapporto alla popolazione il numero di scuole è uguale a quello di Roma. Qui sono nate le scuole per artigiani, grazie a un popolo laborioso che ha capito anche che senza l’approfondimento e la formazione non sarebbe cresciuto e maturato. Malgrado questo, però, i tassi di dispersione e abbandono in Brianza, non sono inferiori a quelli di  altre parti d’Italia, tra 10 e 15%, con picchi ai 20%”.

“Un cattivo insegnamento è letteralmente un assassinio, metaforicamente un peccato”, sostiene George Steiner. “Il mestiere dell’insegnante è una vocazione, è come se anche all’insegnante fosse richiesto di prendere i voti”, afferma monsignor Gianfranco Ravasi. “È un mestiere che deve nascere da una grande passione per l’altro, come in tutte le professioni di cura”, rimarca Paolo Pilotto. “Al bravo insegnante non è garantito il successo. È un mestiere basato sulla relazione umana. Occorrono mitezza e tempo: solo così si può tentare di rispondere all’aggressività di cui spesso gli allievi si fanno portatori, spinti dall’aggressività del mondo in cui sono immersi”.

 

Una questione di cura. E di amore

Ma qual è stato allora il segreto di don Lorenzo a Barbiana? “Me lo sono chiesto spesso”, confessa Innocente Pessina. “Da preside ho visto studenti che ritornavano a scuola per ritrovare certi insegnanti che avevano fatto sputare sangue, perché percepivano in quell’insegnante, anche nella sua durezza, un voler bene, un interesse verso di sé”. Il segreto dell’insegnante è l’amore, dice Daniel Pennac. L’amore che porta a prendersi cura di una rondine ferita. La chiave è tutta qua: in quella frase che don Lorenzo pronuncia poco prima di morire, chiedendo perdono a Dio per aver voluto più bene ai suoi studenti che a Dio stesso.

“L’educazione è come un bicchiere che si riempie”, conclude Innocente Pessina. “Continua a riempirsi fino a che l’acqua non esce e bagna ciò che sta attorno. L’educazione è l’esondazione di una pienezza: sta a noi adulti educatori essere pieni, per poter bagnare chi ci sta attorno”.

E così a fine serata, ripercorsa la vicenda di don Milani, rievocata la sua vita nel corso del convegno, di fronte alla sua immagine e alle sue parole scritte sui pannelli della mostra, resta sospesa una domanda. Fabrizio Annaro la consegna al pubblico. Per la Chiesa di oggi qual è la vera eredità di don Lorenzo? La risposta si trova probabilmente in qualcuna di quelle parole a cui lui stesso attribuiva un valore tanto decisivo. E che ora sono scritte lì, sulle pareti dell’Artigianelli, davanti agli occhi e ai cuori di tutti quanti.

 

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