Don Milani e la provocazione di Barbiana

Don_lorenzo_milaniDodici ore al giorno, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno.

Una scuola che non conosce ricreazione né vacanze, in cui il programma è condiviso con gli allievi, i più grandi insegnano ai più piccoli e nessuno viene bocciato.

Una scuola ‘irripetibile’ che ha vissuto per soli dodici anni, dal 1956 al 1968, arroccata sulle montagne dell’appennino emiliano, ma che ha lasciato un segno indelebile.  Non un modello, ma una provocazione.

Il suo creatore nasce a Firenze il 27 maggio 1923. Si chiama Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, ma per tutti è semplicemente don Milani, il priore di Barbiana.

Nato  in un ambiente ateo e anticlericale, da una famiglia di elevata estrazione socio culturale, Lorenzo viene battezzato dopo l’avvento del fascismo, quando anche i genitori sono costretti a sposarsi in chiesa per non essere esclusi dalla società. La sua conversione, quella vera, avviene in seguito, improvvisamente, e a vent’anni Lorenzo decide di entrare in seminario a Firenze.  Presi i voti, per il suo carattere ribelle presto si scontra con la Curia locale che decide di inviarlo nella piccola frazione di Barbiana sulle colline del Mugello.

Qui si compie il piccolo grande ‘miracolo’ (o ‘rivoluzione’, a seconda dei punti di vista): nelle stanze della canonica di Barbiana viene appeso il cartello “I care”, ossia mi sta a cuore, mi importa, mi interessa e nasce una scuola che accoglie i figli dei poveri, dei contadini e degli operai. Quelli che in genere a scuola vengono bocciati. Saranno proprio loro, i ragazzi di Barbiana, a denunciare in ‘Lettera a una professoressa’, il libro scritto insieme a don Lorenzo: “Voi dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. E’ più facile che i dispettosi siate voi…”

E’ una scuola ‘di classe’ quella di don Milani, e lui è un prete schierato esplicitamente al fianco degli operai e dei contadini. Sente che solo così può seguire e diffondere il Vangelo in un mondo che gli appare diviso tra oppressi semi analfabeti e borghesi che hanno il monopolio della cultura e quindi il potere. Guardato come eccentrico ‘cattocomunista’ dai vertici ecclesiastici, che tendono a isolarlo sempre più, nei suoi scritti non risparmia mai critiche ai capi ‘borghesi’ dei partiti di sinistra accusati di tradire gli ultimi e costruire la propria carriera proprio sul loro sfruttamento.

Don Lorenzo vuole qualcos’altro, agli ultimi, agli oppressi e ai poveri lui vuole dare voce. E non parlando di loro o per loro, ma insegnando loro a parlare, a farsi sentire. Non è un caso che le lingue siano tanto importanti tra le materie di insegnamento a Barbiana: l’italiano innanzitutto, all’epoca non così scontato tra le classi più basse, e poi inglese, francese, tedesco, spagnolo. Nella piccola e isolata canonica di Barbiana si spalanca il mondo.

Don Milani muore prematuramente a 44 anni, nel 1967, mentre è in corso nei suoi confronti un processo in cui è accusato di apologia del reato di diserzione per aver difeso l’obiezione di coscienza contro un gruppo di cappellani  militari. L’anno successivo è il 1968: viene pubblicato ‘Lettera a una professoressa’, inizia la stagione dei movimenti studenteschi e la scuola di Barbiana chiude.

Oggi di classi sociali e di analfabetismo non si parla quasi più, però si dice che ‘l’ascensore sociale è fermo’ (fonte: Istat). Oggi gli stranieri migranti che arrivano nel nostro paese spesso non conoscono l’italiano, e alcuni di loro non hanno mai imparato a leggere e scrivere. Oggi il tasso di abbandono scolastico in Italia si aggira ancora intorno al 17% (siamo penultimi nell’area Ocse).

E allora ci si può domandare: è ancora attuale oggi la provocazione di Barbiana?

Ma forse bisognerebbe chiedersi, piuttosto, che cosa direbbe oggi Don Milani della ‘Buona scuola’…

Francesca Radaelli

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