Donne, che storia! Azucena Villaflor

di Francesca Radaelli

“Scomparso”, nell’Argentina della metà degli anni Settanta, significa portato via da qualcuno ma non si sa da chi. Portato da qualche parte ma non si sa dove. Vivo o morto? Non si sa. In una parola: desaparecido.

Una parola diventata sinonimo della dittatura militare di Videla che fece vivere un’intera nazione nel terrore  dal 1976 al 1982.

Una parola, soprattutto, che racchiude il destino di migliaia di persone sequestrate da gruppi paramilitari e apparentemente scomparse nel nulla. Persone che in realtà furono in gran parte – come si apprese negli anni seguenti – fatte sparire nel mare, lanciate dagli aeroplani attraverso i cosiddetti ‘voli della morte’ nell’Oceano atlantico oppure nel Rio della Plata, l’immenso estuario dei fiumi Uruguay e Paranà su cui si affaccia la città di Buenos Aires.

Desaparecido , come tanti altri, il 30 novembre 1976, diventa anche il giovane Néstor De Vicenti. E proprio da qui inizia la storia che porterà alla nascita di una delle proteste per i diritti civili più celebri e più capaci di scuotere le coscienze nel secondo Novecento: quella delle madri di Plaza de Mayo.

Una storia che inizia proprio così: con una madre che cerca il proprio figlio desaparecido, che vuole conoscere la verità, in un Paese in cui le persone scompaiono senza lasciare traccia. Questa madre si chiama Azucena Villaflor de Vicenti.

Azucena vuole sapere dov’è finito suo figlio Néstor, non si dà per vinta, tenta tutte le strade, arriva a chiedere udienza a uno dei vicari della terribile giunta militare. Ma non c’è nulla da fare. La ricerca disperata di questa madre si scontra con un muro di gomma. Come del resto quelle di altre donne come lei, i cui figli sono scomparsi nel nulla da un giorno all’altro, in un’Argentina paralizzata dal terrore.

E allora Azucena Villaflor de Vicenti ha un’idea che farà la storia: unire tante ricerche individuali in una protesta collettiva. “Todas por todas y todos son nuestros hijos”, tutte per tutte e tutti sono nostri figli: è lo slogan della protesta delle madri degli scomparsi, di cui Azucena assume la guida.

Sono in quattordici quando, il 30 aprile 1977, si riuniscono a Plaza de Mayo, nel centro di Buenos Aires, di fronte alla Casa Rosada, la sede del governo.

Protestano davanti al simbolo del potere della giunta militare, e al Potere chiedono la verità sulla sorte dei propri figli.

“Vietato raggrupparsi”, ordina il Potere alle madri di Plaza de Mayo.

E allora loro si mettono a camminare, e marciano tutt’intorno alla piazza. Ciascuna di loro ha un fazzoletto bianco in testa, con scritto sopra il nome del figlio scomparso. In mano, le foto con i volti dei giovani desaparecidos.

Diventa un appuntamento settimanale, la marcia delle Madres di Plaza de Mayo: ogni giovedì pomeriggio nel cuore di Buenos Aires. Le notizie e le foto della protesta fanno il giro del mondo. Il dramma dei desaparecidos non può più restare nascosto.

E poi arriva il 10 dicembre 1977, la Giornata internazionale dei diritti umani: sono passati sette mesi circa dall’inizio della protesta e le Madres decidono di pubblicare sui giornali argentini un annuncio con i nomi dei figli scomparsi.

Proprio quella notte Azucena viene sequestrata da un gruppo armato. Secondo alcune testimonianze viene trasferita in una caserma, la ESMA, che al tempo della dittatura funzionava come luogo di tortura degli oppositori del regime. Di lei non si sa più nulla.

Solo dopo l’avvento della democrazia in Argentina, i suoi resti saranno riconosciuti, attraverso l’esame del DNA, in quelli ritrovati su una spiaggia dell’Atlantico.

E così alla fine, dopo soli sette mesi dall’inizio della protesta, Azucena entra a far parte anche lei dell’ampia schiera dei desaparecidos della ‘guerra sporca’ argentina. Il muro di gomma si trasforma per lei in uno dei tremendi ‘voli della morte’. Del resto, il rischio era quello sin dall’inizio. E lei lo ha messo in conto, probabilmente, nel momento in cui ha preso la decisione di rischiare tutto in nome della verità.

Ma è proprio grazie a lei e alle altre Madres se la verità sugli orrori della dittatura argentina è venuta alla luce. Grazie alla loro marcia ostinata, al loro fazzoletto bianco in testa e alle loro fotografie nelle mani.

Fazzoletti e fotografie che, settimana dopo settimana, hanno continuato a urlare da Plaza de Mayo quei nomi e quei volti che il Potere tentava di cancellare dalla Storia.

E alla fine proprio loro, Azucena e le altre Madri, che quei nomi e quei volti li hanno messi al mondo, ce l’hanno fatta. Sono riuscite a salvarli, quei nomi e quei volti, e a imprimerli con forza indelebile nella storia del loro Paese.