Donne, che storia! Compiuta Donzella

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di Francesca Radaelli

La prima poetessa italiana secondo alcuni. Un personaggio di pura fantasia secondo altri. La figura di Compiuta Donzella è avvolta dal mistero. Un nome che sembra tanto un pseudonimo (anche se ‘Compiuta’ alla sua epoca era piuttosto diffuso) e tre sonetti in tutto che portano la sua firma.

Vissuta a Firenze nella seconda metà del Duecento, fu contemporanea dei primi poeti ‘in volgare’ della storia della letteratura italiana: dal bolognese Guido Guinizzelli fino a Chiaro Davanzati, suo concittadino, della generazione precedente a quella di Dante Alighieri.

Di cosa parlava nelle sue poesie la prima poetessa donna della letteratura italiana? Tra le altre cose, anche della volontà di rimanere ‘donzella’, di non prendere marito – almeno non un marito ‘imposto’ – di opporsi al volere del padre.

L’alternativa al matrimonio per una donna del Duecento era una sola: il convento. E proprio lì Compiuta dichiara di voler entrare.

“Lasciar vor[r]ia lo mondo e Dio servire”, dichiara infatti nel verso iniziale di uno dei pochi sonetti giunti fino a noi, aggiungendo poco dopo: “ond’io marito non vor[r]ia né sire”,

Un desiderio inascoltato: qualche anno dopo, un altro poeta, Guittone d’Arezzo, si rivolgerà a lei in un suo componimento chiamandola ‘Donna Compiuta’: non è più donzella, il matrimonio è ormai avvenuto, il suo destino definitivo si è – contro la sua volontà – davvero ‘compiuto’.

Il tema della donna ‘malmaritata’ rimase peraltro uno dei cavalli di battaglia della poesia di Compiuta, che si ispirava inoltre ai temi canonici della poesia provenzale e mostra di conoscere bene gli stilemi della scuola siciliana. L’amor cortese innanzi tutto, ma anche il tema popolare dei ‘contrasti’, ossia le discussioni in versi tra due personaggi.

Un altro componimento a lei attribuito descrive la dolcezza dell’arrivo della primavera che ‘risveglia’ anche l’amore:

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g es ‘ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Al contrario degli amanti felici, Compiuta si dispera: il padre ha deciso di darla in sposa a un ‘segnore’ non desiderato. E allora neanche l’arrivo della primavera riesce a rallegrarla:

Ca lo mio padre m’ ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Sembra che nella Firenze del Duecento i matrimoni ‘forzati’ fossero all’ordine del giorno. Anche poeti di poco posteriori a Compiuta, come Guido Cavalcanti e lo stesso Dante, continuavano a cantare l’Amore con la A maiuscola, ma le donne non erano certo libere di scegliersi il marito.

In questo contesto, Compiuta Donzella non è solo la prima poetessa italiana. È anche e soprattutto la prima a esprimere – in italiano e in versi – una ribellione autentica e infervorata nei confronti del ‘potere’ maschile che condiziona la vita di tutti i giorni, al di fuori di quel mondo poetico, incantato e astratto dell’amore cortese, e poi dell’amore ‘stilnovista’.

Invece per Compiuta la poesia diventa anche qualcos’altro: per la prima volta nella tradizione italiana è un modo per far sentire la propria voce e denunciare la propria condizione di donna ‘vittima’ dei soprusi dei maschi.

Di lei, purtroppo, rimangono pochissime tracce nelle antologie scolastiche…