Due martiri del XX secolo

Edith Stein/Teresa Benedetta della Croce, che si festeggia il 9 agosto, é una delle sante martiri del ‘900, dichiarata co-patrona d’Europa  da San Giovanni Paolo II. Di origine ebraica, ebbe una infanzia non facile, a causa della morte del padre, ma trovò nella madre un esempio di tenacia e di forza.

Intelligente e desiderosa di imparare, si iscrisse all’università, spostandosi poi da Breslavia a Gottinga per seguire i corsi di E. Husserl. Ebbe modo di conoscere molti importanti filosofi dell’epoca e di collaborare con Husserl, con il quale raggiunse prima la laurea, poi il dottorato. Questi anni di studio furono interrotti solo per i periodi di volontariato quale infermiera di prima linea durante la prima guerra mondiale.

Il suo contributo al pensiero contemporaneo fu in questo periodo costituito dalla sua tesi sulla empatia, nella quale sostenne tesi  innovative, di stampo non solo fenomenologico, ma anche di sensibilità che potremmo definire personalista.

Il suo personale cammino spirituale fu accidentato: l’ateismo giovanile venne messo in crisi da alcune esperienze, anche di semplici incontri personali,  che la portarono ad avvicinarsi al cattolicesimo, cui si convertì dopo la lettura della vita e delle esperienze di Santa Teresa d’Avila.

Mentre il suo percorso la stava portando con sempre più convinzione alla scelta di una vita religiosa contemplativa, continuò il suo lavoro di studio e insegnamento, rivolgendosi particolarmente al pensiero di S. Tommaso d’Aquino.

Poco dopo la sua esclusione dall’insegnamento a causa delle leggi razziali hitleriane del 1933, (per le quali scrisse personalmente al papa e al cardinale Pacelli, Nunzio apostolico in Germania  futuro papa Pio XII perchè  intervenissero a denunciare le persecuzione antiebraiche) entrò nel monastero carmelitano di Colonia, prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce.

In questo convento visse e lavorò, pubblicando sia un testo che tentava un avvicinamento tra la teoria fenomenologica di Husserl e il pensiero cristiano, sia un importante studio sulla mistica  di San Giovanni della Croce.

Nonostante il suo ordine religioso avesse tentato di sottrarla al pericolo costituito dai nazisti, trasferendola in un convento  olandese, nel 1942 venne arrestata e deportata ad Auschwitz, insieme alla sorella. La pubblica protesta dei vescovi olandesi contro il razzismo hitleriano, causò infatti la decisione nazista di internare anche gli ebrei convertititi.

Nel campo di sterminio, Edith e sua sorella condivisero sino alla fine il destino del loro popolo , morendo  in una camera a gas il 9 agosto del 1942. Di lei resta come simbolico ricordo un pugno di cenere portata dal crematorio di Auschwitz, interrato nella chiesa posta vicino alla sua casa di famiglia.

Scelgo il tema dell’empatia per enucleare una caratteristica di Edith Stein.

Il termine era già utilizzato in filosofia e psicologia. Ma la nostra autrice ne indaga in profondità il significato e le possibilità.  Non si tratta per lei solo di una comprensione o condivisione del vissuto dell’altra persona, ma di una profonda immersione di sé nell’altro, investendo tutti i livelli della personalità, indicati come corpo, anima e spirito.

Il discorso si fa qui troppo complesso per il imiti di un intervento come il nostro.

Basti dire che la pienezza della relazione tra due persone è costituita proprio dalla capacità di entrare in rapporto con questa totalità dell’essere, che incontra in profondità l’essere dell’altra persona.

Questo comporta autocoscienza  e reciprocità: nessuno incontra davvero l’altro se prima non si conosce e se non trova una corrispondenza, potendo poi tornare a sé arricchito da questa esperienza di un’altra persona che è irripetibile ed unica come ogni essere umano.

Ancora atea, qui Edith Stein schiude la porta all’esperienza dell’altro, che la porterà a riflettere sul Totalmente Altro (secondo la celebre espressione di Rudolf Otto, ripresa poi da Horkheimer) e a dedicare a Questi la sua vita.

Padre Massimiliano Kolbe si festeggia il 14 agosto, tranne che nella tradizione ambrosiana (che lo festeggia il 17 dello stesso mese).

Probabilmente tutto lo ricordano come il martire di Auschwitz: chiese di sostituire un condannato a morte, offrendosi al suo posto e salvandogli la vita. Meno il fatto che questo straordinario gesto di amore e di coraggio non è che il momento culminante di una vita straordinaria.

Nei suoi 47 anni, il polacco p. Kolbe riuscì a concentrare una serie impressionante di iniziative.

Nato in una famiglia profondamente religiosa, divenne francescano (come i suoi due fratelli)  e si addottorò in filosofia e teologia a Roma. Contrasse la tubercolosi, il che gli impedì di insegnare: con il permesso dei suoi superiori si dedicò allora alla associazione religiosa che aveva fondato da studente, la “Milizia della Immacolata”. In pochi anni costruì una vera e propria comunità religiosa che ebbe sede  a Varsavia con il nome “città di Maria”, dove  più di 700 religiosi davano vita a iniziative di ogni genere, soprattutto per i giovani, e stampavano un giornale (“Il cavaliere della Immacolata”) che raggiungerà il milione di copie, accompagnato da altri periodici. La sua spiritualità, legatissima al culto mariano, trovò anche uno slancio missionario: nonostante la malattia andò fino in Giappone, dove fondò una Casa a Nagasaki e in India, dove aprì un’altra Casa.

Tornò in Polonia quando ormai la guerra era imminente: e subito le truppe naziste ordinarono lo scioglimento della “Città  di Maria”, dove rimasero solo 40 frati che  si occuparono di accogliere feriti e profughi. Dopo un primo arresto da parte dei nazisti, p. Kolbe fu inaspettatamente liberato, ma la sua attività, che tra l’altro si rivolse agli ebrei perseguitati, lo portò ad un nuovo arresto e, questa volta, al trasferimento ad Auschwitz, dove divenne il detenuto n. 16670. Venne adibito a vari lavori l’ultimo dei quali fu la mietitura dei campi. In tale occasione,un compagno di prigionia riuscì a fuggire, il che comportò la rappresaglia con la condanna a morte di dieci internati. P. Kolbe, come detto, si offrì al posto di un padre di famiglia (che tornerà vivo a casa e vivrà fino al 1995).

Dei dieci condannati a morire per fame, dopo due settimane ancora quattro erano in vita, tra cui p. Massimiliano. I nazisti decisero allora di ucciderli con una iniezione letale: il sacerdote offrì il braccio al carnefice pronunciando quali ultime sue parole “Ave Maria”.

Una curiosità finale: per le sue molteplici attività missionarie, p. Kolbe trovò utile anche diventare radioamatore, attività che svolse con la sigla SP 3 RN. Per questo motivo é venerato quale protettore dei radioamatori italiani.