Educazione e giovani: tra impotenza e fiducia

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di Francesca Radaelli

Il disagio dei ragazzi e le sfide per il mondo dell’educazione. E’ un tema spinoso e sempre attuale quello scelto dalla Caritas Monza per guidare la riflessione nella ‘settimana della carità’. Una settimana, la prima di quaresima, iniziata quest’anno con la veglia di preghiera di lunedì 22 febbraio e sviluppata attraverso una serie di appuntamenti quotidiani di riflessione, tutti svolti in diretta streaming e ora disponibili in differita sul canale Youtube di Caritas Monza.

Da un lato il crescere dell’aggressività dei giovani, culminata nei terribili episodi di cronaca che hanno colpito anche la città di Monza. Dall’altro lo “strazio dell’impotenza” , per usare le parole dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini. Quel senso di impotenza che provano gli adulti di fronte a ragazzi e ragazze che scelgono la violenza. Sullo sfondo, o forse nel profondo, la situazione di distanza nelle relazioni (anche educative) generata dalla situazione pandemica.

Non è un tema semplice l’educazione. E’ un percorso che non giunge mai a una fine, fatto di esperimenti, fallimenti, ma anche piccoli successi. Né è uno dei temi più gettonati sui media, se non nei toni più semplicistici (scuole chiuse o aperte, banchi con o senza rotelle, videogiochi sì videogiochi no…). Eppure è l’elemento cardine attorno a cui ruotano le prospettive di una società e di una comunità.

Gli incontri della settimana della carità hanno voluto tracciare una vera e propria “cronaca dell’educare”  sul territorio di Monza. L’espressione è del giornalista Fabrizio Annaro, conduttore delle cosiddette ‘conversazioni del dopocena’, appuntamenti quotidiani, fortemente voluti da don Augusto Panzeri, che hanno scandito la settimana, rigorosamente online, dalle 20:45 alle 21.15. E hanno avuto  il merito di dare la parola a chi raccoglie tutti i giorni la sfida dell’educazione.

Insegnare ed educare

Insegnanti ed educatori su tutti, come la prof.ssa Valentina Soncini, dirigente scolastico dell’Ipsia di Monza, e Carlo D’Adda, papà ed educatore al Carrobiolo, che hanno ‘aperto’ la settimana, prendendo la parola in occasione della veglia di preghiera. “Nel vedere la scuola vuota nei mesi di didattica a distanza ho sentito che stavano perdendo incontri, possibilità”, ha raccontato Valentina Soncini. “Ma poi si è attivata la passione educativa di tanti docenti, in un momento in cui l’essenziale per gli adulti è esserci, come alberi piantati dentro corsi d’acqua, dare protezione coraggio a giovani che sono come fuscelli leggeri esposti al vento”.

Del resto “Il Gesù dei Vangeli non  propone un programma risolutivo che dia origine a una società perfetta, ma vuole soprattutto incontrare le persone, ascoltare il loro grido, assicurare la sua vicinanza”, ha ribadito l’arcivescovo Delpini nell’intervista recentemente rilasciata a Fabrizio Annaro. L’importanza di esserci, insomma. 

“Di fronte a un mondo che brucia troppo presto le vite dei ragazzi che incontro, spesso mi sento disarmato”, ha raccontato Carlo D’Adda. “Ma basta un piccolo avvenimento per riaccendere la speranza: un ragazzo felice per un piccolo successo, o che ha il coraggio di chiedere scusa”.

 

Educazione e identità

L’educazione come relazione e come scambio, che va a incidere anche sull’identità dell’adulto e che deve coinvolgere un’intera comunità educante, è stata al centro della prima ‘conversazione del dopocena’ con due figure provenienti da istituzioni educative di riferimento a Monza: Simona Ravizza del Centro Antonia Vita e Padre Dario Dell’Era dell’istituto Artigianelli. Dai loro racconti emerge come i rapporti più difficili siano quelli spesso più efficaci: “I ragazzi con cui ti accapigli poi ti vengono a cercare”, racconta padre Dario. “Nei contrasti coi ragazzi spesso sullo scoraggiamento prevale la rabbia”, confida Simona Ravizza. “Ma è la rabbia dell’amore”. Quella che si scioglie in un abbraccio.

Arte e sport: educazione e tempo libero

Educare nel tempo libero è stato invece il tema della seconda conversazione, quella di mercoledì. Protagonisti Chicco Roveris, direttore artistico della compagnia teatrale Il Veliero, e Paola Piermartiri, educatrice dello Sport Ascot Triante. Teatro e sport, due modalità per sperimentare nuove dinamiche di espressione, soprattutto per ragazzi con disabilità. Come nel calcio integrato, che si gioca insieme, normodotati e disabili, supportandosi a vicenda e magari arrivando a vincere uno scudetto. Oppure in un laboratorio teatrale da cui, magari, si riesce ad approdare nel cast di una fiction Rai. Anche se alla fine ci si accorge che ciò che si desidera di più è tornare proprio nel ‘gruppo’ da cui si era partiti.

La scuola, tra relazione e desiderio

Non poteva mancare una riflessione sulla scuola, punto di riferimento educativo per l’immaginario, al centro della terza conversazione con il docente Paolo Pilotto, vice preside del Liceo Zucchi, e Suor Patrizia del Centro Mamma Rita. Non solo un luogo di sapere da trasmettere, ma anche un luogo di coinvolgimento emotivo e relazione, una comunità. Uno spazio di relazionalità diversa rispetto a quella che passa attraverso gli smartphone, fatta di contatti, sguardi reciproci, come sottolinea Suor Patrizia. Un luogo che non è fatto solo di regole, ma che ha il potere di mettere in moto il desiderio, di trasmettere il fascino esercitato dal sapere, come sottolinea Paolo Pilotto. Ed è significativo, forse, che oggi gli studenti occupino le scuole per nostalgia della scuola, perché a scuola vogliono andarci. “Vogliamo vivere il nostro presente”, scrivono gli studenti sul giornalino del Liceo Zucchi.

Pandemia e prospettive

L’impatto della pandemia sulle relazioni, non solo educative, è stato infine il filo conduttore dell’ultima conversazione del dopocena, con protagonisti  Roberto Mauri della Coop La Meridiana ed Egidio Riva, sociologo dell’ Università-Bicocca.

I dati statistici esposti da Egidio Riva raccontano gli effetti più inquietanti della pandemia sulla società: crea nuovi divari, colpisce chi già stava peggio, non è una crisi livellatrice, ma aumenta le disuguaglianze. “Eppure, dopo la pandemia abbiamo l’opportunità di provare a costruire una società diversa, non tornare agli assetti del passato, discriminanti soprattutto per i giovani e le donne, ma mettere al centro le politiche giovanili. Il che non significa concentrarsi sui comportamenti devianti dei giovani, ma dare loro una prospettiva per progettare la loro vita: possibilità di mettere al mondo figli, trovare un lavoro, costruire un’indipendenza abitativa”.

“Più aiuti gli altri e più stai bene”: il motto de La Meridiana può forse indicare una via per valorizzare la fiducia nel futuro anche nella tragedia della pandemia. “Sono convinto che chi ha saputo mettersi in gioco, al servizio degli altri anche in questa situazione ne uscirà meglio”, dice Roberto Mauri. “E credo che ai giovani dobbiamo chiedere proprio questo: l’impegno di aprirsi al mondo”.

In cerca di fiducia

Infine, la tavola rotonda di sabato: momento conclusivo per tirare le fila della riflessione, grazie ai contribuiti di Marco Besana, psicologo, Aldo Melzi, preside Istituto Mapelli, Laura Sala, mamma e assistente sociale, Don Sergio Massironi, rettore Collegio Villoresi S. Giuseppe.

L’assenza di un sogno nei giovani è ciò che forse più colpisce nella narrazione dell’esperienza di psicoterapeuta di Marco Besana: “I giovani già sanno che il lavoro non si troverà facilmente, che sarà difficile diventare indipendenti. E non è la  pandemia la causa di questa sfiducia, piuttosto ha accelerato una situazione già in essere. I giovani hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che dia loro fiducia. Quando ciò avviene è come trovare l’incastro giusto in un puzzle: tutto si mette a posto”. Sono forse gli adulti i grandi assenti, quelli che non ci sono, ad ascoltare.

“Spesso per dare fiducia è sufficiente ascoltare”, concorda Aldo Melzi, riferendosi a situazioni di bullismo, che nascondono altre fragilità. “Siamo terrorizzati dall’errore ma anche dall’errore si impara, è uno strumento educativo, fa crescere”.  “Educare etimologicamente significa proprio tirare fuori”, gli fa eco Laura Sala, “vuol dire dare spazio all’altro e accoglierlo per ciò che è. Nel buio e nell’incertezza bisogna starci, anche da genitori- Per esempio accettare che il figlio si allontani da noi per poter davvero trovare la sua strada”.

“Spesso è la realtà stessa a tirare fuori la fiducia, a permetterci di trovare risorse, anche molto concrete, per dare gambe ai sogni dei nostri giovani”, sottolinea don Sergio Massironi. “Come in un bozzolo, i giovani si trasformano” , conclude Marco Besana. “È bene che lasciamo che siano loro a rompere il bozzolo, quando avranno le ali”. E che proviamo a sentirci davvero autorizzati ad avere fiducia.