Ermanno Olmi, una voce poetica del cinema italiano

di Mattia Gelosa

A 86 anni compiuti, si è spento oggi all’ospedale di Asiago il regista bergamasco Ermanno Olmi, uno dei maestri del cinema italiano e un artista sempre capace di rinnovarsi nel tempo, pur restando fedele alla sua poetica.

La carriera di Olmi inizia quasi per caso nel 1953 quando, da fattorino della Edinsonvolta, viene impiegato per fare i primi documentari aziendali.

Si trattava di un genere particolare e all’epoca nuovissimo che oggi ha i suoi discendenti nei video promozionali aziendali: venivano infatti filmati i lavoratori delle grosse società per celebrarne le imprese come fossero dei veri eroi, così da mostrare l’operosità italiana.

La Edinsonvolta era la società che si occupava dell’energia e sviluppò quindi diversi filmati dedicata alla costruzione di dighe o impianti elettrici, specialmente in montagna.

Tre fili fino a Milano” divenne uno dei più noti e segnò già lo stile di Olmi: la vicinanza alle classi basse della popolazione, ad ambienti ricchi di natura dove l’uomo vive in armonia col territorio, la forte componente dialettale dei parlanti e la presenza di molti attori popolari.

Il lavoro ora c’è ed è una forma di riscatto sociale, il neorealismo sta finendo e inizia una transizione verso un cinema diverso.

Olmi vede la possibilità di evolvere e così dopo 40 cortometraggi aziendali nel 1959 il regista passa al lungometraggio con “Il tempo si è fermato”, che racconta l’amicizia fra un ragazzo e il custode di una diga.

La svolta avviene però nel 1961 con il film “Il posto”, storia di un giovane di Meda che si batte per avere un lavoro in un’azienda di Milano, premiato con il Premio della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia.

Arriva quindi una serie di film, più o meno riusciti, che raccontano le condizioni di vita dei lavoratori medi italiani e le diverse facce degli anni del boom economico.

Olmi, però, sente di nuovo il richiamo per la vita agreste della provincia, le riflessioni sulla terra e sulle storie dei contadini: nel 1978 porta così nelle sale “L’albero degli zoccoli”, uno sguardo sulla vita di 4 famiglie nate in una cascina nella campagna di Bergamo.

Una scena dal suo capolavoro, “L’albero degli zoccoli” :

Il ritorno alla sua terra e alle origini, segnato anche dalla presenza di attori non professionisti e dall’uso costante del dialetto, rimette il regista a proprio agio e l’opera, densa di poesia e celebrativa della vita degli umili, commentata da musiche solenni di Bach, vince la Palma d’Oro al Festival di Cannes e il Premio César come Miglior Film Straniero, diventando il film simbolo di Olmi.

Insieme al successo, però, arriva la scoperta di una malattia abbastanza rara, la sindrome di Guillan-Barrè, una malattia che provoca paresi agli arti e che lo terrà fermo fino alla fine degli anni ’80.

Il rientro è nel 1987 con “Lunga vita alla signora!”, un’opera ambientata ad un banchetto che celebra il compleanno di una anziana signora ricca e importante. Lo sguardo di un cameriere svela con cinismo l’ipocrisia degli invitati e la meschinità delle relazioni fra le persone altolocate.

Nonostante il cambio di ambientazioni e stili, il film è riuscitissimo e ottiene il Leone d’Argento a Venezia.

L’anno dopo “La leggenda del santo bevitore” porta un Leone d’Oro a Venezia e rilancia definitivamente Olmi, qui alle prese con un ubriacone che deve portare 200 franchi in dono alla statua di una Santa.

In realtà, seppur con parentesi fortunate come “Il segreto del bosco vecchio” (1993), tratto da un racconto di Buzzati e con Paolo Villaggio, per tornare al vertice deve attendere fino al nuovo secolo.

Nel 2002, infatti, viene candidato di nuovo alla Palma d’Oro e ottiene 9 David di Donatello con il film storico “Il mestiere delle armi”, ritratto degli ultimi giorni di vita di Giovanni delle Bande Nere, soldato di ventura del XVI secolo al servizio del papato nelle guerre in terre italiche.

Nel 2007 esce nelle sale “Centochiodi”, racconto di un professore di filosofia della religione a Bologna che crocifigge cento libri medievali della biblioteca universitaria e si ritira a vivere in campagna, in un cascinale decadente vicino al Po.

Ermanno Olmi dichiara che questo sarà il suo ultimo film di fiction, quindi torna a dedicarsi ai documentari e a mostrare nuovamente la bellezza della natura e l’importanza di saper vivere in armonia con essa.

Proprio per la sua poetica e la vicinanza a questi temi, Olmi aveva girato diversi documentari in occasione di EXPO 2015, prima di lasciare definitivamente le scene per via dell’età e di una salute che iniziava a diventare precaria.

Ricoverato di recente ad Asiago, si è spento dopo diversi giorni di degenza.

Oggi, purtroppo piangiamo un altro maestro che ci lascia, ma comprendiamo più che mai che i temi a lui cari oltre mezzo secolo fa, sono ancora oggi attuali e tornano profeticamente al centro di numerosi dibattiti. Perchè i veri artisti, in fondo, hanno sempre saputo guardare avanti e lontano nel futuro.

Foto Associazione Amici di Piero Chiara (creative commons)

Un estratto da uno dei cortometraggi realizzati per EXPO 2015:

Il documentario aziendale “Tre fili fino a Milano”:

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