Il commosso addio a Faber

deandre_webdi Chiara De Carli

Probabilmente, molti stavano dormendo durante quella notte, quando gli ultimi respiri di un grande artista si consumavano nella camera dell’Istituto dei tumori, di Milano. Erano quelli di Fabrizio De André, il celebre poeta e cantautore italiano, che alle 2.30 dell’11 gennaio 1999, moriva a soli 58 anni, stroncato da un tumore. Una morte che ha lasciato attoniti amici, colleghi, e non solo. Fabrizio, conosciuto come Faber, apparteneva a ciascuno, soprattutto a coloro che avevano bisogno di una sua nota, di una sua parola, per sentirsi un po’ meglio.

https://www.youtube.com/watch?v=mrxpBhF7vG0

Nato a Genova nel 1940, da genitori torinesi, ha sempre nutrito una certa avversione nei luoghi istituzionali, come la scuola. Da sempre, detestava soggiogare a regole e imposizioni, persino in italiano lasciava compiti in bianco e andava alla ricerca di qualche compagno, che gli potesse passare qualche esercizio già svolto.
 
Anche la scelta di intraprendere gli studi universitari di giurisprudenza, non andò a buon fine. A sei esami dalla laurea, scelse di lasciare tutto e di lasciarsi completamente avvolgere dalla musica: “Lessi Croce, l’Estetica, che dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante”.
 
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L’incontro decisivo con la musica avvenne con l’ascolto di Georges Brassens, del quale De André tradurrà alcune canzoni, inserendole nei sui primi album a 45 giri. Scopre poi il jazz e inizia un’assidua frequentazione con gli amici Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli, del pianista Mario De Sanctis e altri, con cui cominciò a suonare la chitarra e a cantare nel locale “La borsa di Arlecchino”, dando il via alla cosiddetta scuola genovese.
 
Nel 1965 incise il suo primo grande successo “La canzone di Marinella”, che divenne degna di nota a livello nazionale tre anni dopo, grazie all’interpretazione di Mina. Già da allora le sue canzoni assumevano questa connotazione: all’interno di esse dava spazio alle emozioni e forse per tale ragione, non da subito venivano comprese. I suoi testi agivano in un raggio di tempo dilatato e proprio per questo, racchiudono dei significati perpetui che non svaniranno mai.
 

Esattamente, la sua forza comunicativa stava nel rendere protagonista la quotidianità, il suo modo di interpretare la vita. Nelle sue canzoni si potevano incontrare svariati volti umani, forse inusuali: erano quelli degli ultimi, dei piccoli, delle prostitute, degli emarginati. Conferiva a ciascuno di loro una nuova luce, dando loro un’ altra possibilità, all’interno delle sue canzoni. La sua abilità coincideva con la sua straordinaria capacità di abbattere i muri dei pregiudizi e della prassi.

Un uomo che ha saputo commuovere e stravolgere con estrema naturalezza qualsiasi regola, a cominciare dalla musica italiana. Renzo Arbore su Repubblica, sulla pagina di quell’11 gennaio sosteneva che Fabrizio è stato “il primo a coniugare felicemente la semplicità della musica popolare con la raffinatezza dei testi, riuscendo a rivolgersi senza mediazioni, ma anche senza compromessi”. Questa è un’immagine esatta che viene conferita a Faber, togliendo spazio a quella idea di un personaggio triste e chiuso in se stesso. Per qualcuno sarà stata una persona difficile da comprendere, e forse difficile da sostenere nella vita  privata, di certo è stato un uomo che ha lasciato un’impronta nei cuori degli italiani.

C’è forse più unità d’Italia quando si invoca una brano di Faber, che in una cantata dell’inno nazionale nell’istante che precede una partita calcistica.

 

 

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