Festival di Venezia 2015: a Mohsen Makhmalbaf il Premio Bresson

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di Mattia Gelosa

In mattinata è stato consegnato uno dei primi premi di questa 72° Mostra del Cinema di Venezia, il Premio Bresson, riconoscenza istituita nel 1999 e assegnata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo, dalla Rivista del cinematografo, dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e dal Pontificio Consiglio della Cultura a quei registi impegnati in una profonda e spirituale riflessione sull’uomo e sull’esistenza.

Makhmalbaf, iraniano di Teheran classe 1957, si è espresso sempre in maniera multiforme per promuovere il rispetto dei diritti dell’uomo e il pacifismo nelle difficili terre del Medio Oriente.

Ha scritto romanzi e sceneggiature per poi passare dietro la macchina da presa con film di successo quali Pane e fiore (menzione speciale a Locarno 2015), Il silenzio (diversi premi alla Mostra di Venezia del 1997) e Viaggio a Kandahar (Premio della Giuria Ecumenica a Cannes nel 2001) ed alcuni documentari altrettanto validi.

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Laureato ad honorem alla St. Andrews University in lettere e in Cinema all’Università di Parigi Nanterre, Mohsen ha fondato anche una casa di produzione iraniana a suo nome per finanziare altri film a tematica sociale, tra cui quelli dei figli.

La cerimonia, condotta da Lorena Bianchetti, ha visto il regista decisamente soddisfatto e le sue parole dopo la premiazione possono essere a tratti un manifesto dell’importanza dell’arte nell’indirizzare i rapporti umani.

“A  17 anni – dice – nel mio Paese in Iran, avevo pensato di uccidere il dittatore. Non l’ho fatto per fortuna perché ho scelto il cinema e ho capito che poteva essere un’arma più preziosa. Seguire le orme di Gandhi e del regista Robert Bresson poteva produrre risultati molto più profondi. Oggi osserviamo la Siria e sappiamo che lì manca il dialogo e vediamo la terribile fotografia del bambino morto sulla spiaggia. Se la Siria avesse avuto un cinema forte non avrebbe fatto ricorso alle armi. Sono fiducioso tuttavia che una nuova illuminazione farà cambiare la Siria”.

Un grande rammarico per la situazione drammatica in cui versano quelle terre, ma anche una forte luce di speranza che quel “fiducioso” e il termine “illuminazione” lasciano trasparire.

Il cinema potrebbe davvero essere una giusta via educativa?

Ne è convinto anche S.E. Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, che spiega come il cinema sia un linguaggio universale e comprensibile da tutti, non ci sono ideologie o religioni che possano ostacolarlo, perchè esso è “strumento di conoscenza, dialogo tra i popoli, specchio della società, riflesso dell’uomo, delle sue ansie, delle sue speranze, della sua anima”.

Vivere seguendo certi ideali, però, non è affatto semplice e così Makhmalbaf ha dovuto lasciare l’Iran da anni dopo prigionie, torture, tentativi di eliminarlo con bombe e veleno che, però, non hanno mai fatto perdere in lui fiducia e speranza: la paura e l’assenza di speranza sono le leve di ogni dittatura, dice ancora.

Proprio per tale ragione lancia, a fine discorso, un importante appello: “Dedico il premio a Oleg Sentsov, regista ucraino condannato a 20 anni di prigione dalla corte russa. Dobbiamo fare di tutto per favorire la sua libertà. Con speranza!”

Applausi calorosi e convinti, perchè se il cinema è fatto sempre di più da pellicole che guardano alla fantascienza e al futuro, esistono ancora autori che ci portano a riflettere sul presente e sull’uomo. Spesso tali riflessioni fanno male, ma della fiducia e della speranza del regista iraniano il mondo ha davvero tanto bisogno.

 

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