Intervista a Iasko: Figli-o di Madre Ignota

1972337_10152247649734299_547536140_nLa voglia di far festa, il ritmo incalzante e il desiderio di coinvolgere il pubblico è l’obiettivo de i Figli di Madre Ignota, band  scoppiettante e piena di vita che non può lasciare indifferenti. Con un sound che richiama la tradizione mediterranea, unito a una sonorità metropolitana, la band milanese deve questa esplosione di suono ai suoi componenti: Stefano “IASKO” Iascone, tromba, voce – William Nicastro, basso – Cristiano Novello, batteria – Marco “PAMPA” Pampaluna, chitarra – Massimo Piredda, trombone, voce. Un mix aggressivo di musica balcanica, polke indemoniate, klezmer inventati dal nulla, swing incattiviti, tarantelle mozzafiato, con chitarre elettriche surf e una sezione fiati generosa. Di loro dicono che se riuscite ad immaginare una banda di ottoni balcanica che suona con un gruppo rock con chitarre surf, siete vicini a comprendere quello che succede nei loro show. La loro formazione è avvenuta in conservatorio, ma Iasko, che è stato intervistato da ildialogodimonza.it, sostiene che la miglior scuola sia stata suonare con vari artisti, questo è ciò li ha portati alla crescita musicale e artistica. Il 28 febbraio sconvolgeranno con la loro vitalità l’Honky Tonky a Seregno.

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Perché “Figli di Madre Ignota”?

Figli di Madre Ignota è un’espressione che si usava per indicare gli orfani, noi abbiamo ripreso questo nome per comunicare il fatto che siamo  un po’ orfani delle nostre tradizioni musicali: della tradizione napoletana, della tradizione mediterranea, della tradizione culturale. Ormai, si va sempre più ad acquisire un genere di musica che proviene dall’estero. Nonostante la nostra inflessione esterofila, abbiamo cercato di riscoprire questo genere: la musica mediterranea.

Quando e come nasce il gruppo?

Figli di Madre Ignota nasce circa quindici anni fa, dall’esigenza di divertirsi e dal desiderio di divertire le persone. Inizialmente, la band è nata tra un gruppo di amici; poi con il passare degli anni ha subito dei cambiamenti, mano a mano sono stati sostituiti dei componenti. Di base c’è il fatto che prima di essere una band, siamo soprattutto amici, per stare bene insieme bisogna stare bene dal punto di vista musicale, ma soprattutto dal punto di vista umano. Il rapporto di amicizia per noi è fondamentale.

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Quindi questo genere musicale è una passione che vi accomuna: chi o cosa vi influenza maggiormente?

Ce ne sono talmente tanti che non saprei individuarlo. L’anno scorso in questo periodo usciva il nostro ultimo album BELLYDANCER ed è successo che mentre lo componevamo, ci siamo resi conto che il nostro obiettivo era quello di seguire la nostra strada sia per la ricerca sonora che per l’arrangiamento, senza confrontarci con ciò che sta attorno. Ci siamo chiusi in studio e ci siamo lasciati andare. Questo disco coincide con la piena espressione della musica mediterranea e della nostra libertà creativa. Chiaramente, si avvertono tutte le influenze del caso, dalle note balcaniche a quelle rock, ripercorrendo la dance; per noi è importante che sia soprattutto danzereccia. Non a caso, Bellydancer è il nome di una ballerina di danza del ventre e va a conservare il sound metropolitano della danzatrice, perché in fin dei conti viviamo pur sempre a Milano. Un esempio concreto è Caravan Petrol di Renato Carosone, l’abbiamo stravolta mantenendo la sonorità mediterranea, ma aggiungendone una più urbana.

Come avviene la composizione dei vostri brani?

Il processo compositivo e creativo ogni volta avviene in modo diverso, ma in realtà è sempre lo stesso. Tendenzialmente, partiamo sempre da un’idea che qualcuno di noi ha avuto: l’idea viene presa, digerita e rigurgitata dal gruppo. È un vero e proprio lavoro di squadra: si parte da un’idea collettiva o di uno soltanto, anche solo da un riff, poi un altro aggiunge un ritmo…e così via. Il processo creativo consiste in questo, remare tutti insieme nella stessa direzione fino all’ottenimento del risultato.

Per quanto riguarda la creazione del testo è un aspetto che avviene prima o dopo aver composto la musica?

I testi li scrive tutti il batterista, Cristiano, che oltre a essere un batterista e uno scrittore è anche un cuoco. Infatti, i nostri testi parlano spesso di cucina, come ad esempio Spaghetti Balkan o Sex Music Pasta, il cui video è uscito il 24 febbraio (ndr). Ci piace parlare di cucina e ci piace anche mangiare! Da bravi italiani possiamo fare altro che parlare di questo aspetto divertente, ma anche importante, perché per la nostra cultura sedersi a tavola rappresenta il momento della giornata in cui la famiglia si ritrova, in cui ci si racconta. Alcuni dei testi, invece, nascono come un gioco, con delle assonanze e poi vengono sviluppati.

Quando arrivate a dire che una canzone va bene?

Questa è una bella domanda! Ci sono delle volte in cui il brano sembra piacerci, poi lo riascoltiamo dopo una settimana e ci fa …! In realtà pensiamo che sia valido quando noi siamo i primi a ballare e a gasarci nel suonarlo, quando siamo tutti coinvolti e quando ce lo sentiamo dentro nelle ossa, solo allora, il brano è considerato pronto.

Cosa caratterizza la vostra band?

Sicuramente il sound, un sound molto muscolare, con un’attitudine punk rock, pur avendo strumenti come tromba e trombone. L’altro aspetto che  caratterizza i Figli di Madre Ignota è la leggerezza con cui affrontiamo la nostra musica, nel senso che la facciamo sul serio, ma non ci prendiamo troppo sul serio. Non cerchiamo di essere portabandiera di un filone artistico, a noi piace semplicemente divertirci e fare tutto al meglio.

Secondo te perché una persona dovrebbe venire a un vostro concerto?

Perché così potrebbe divertirsi, buttare fuori tutte le tossine e il nervoso accumulato nel corso della settimana o semplicemente in una giornata di traffico e di lavoro.

Qual è la canzone che ti piace di più?

È veramente difficile sceglierne una! È un po’ come chiedere a un genitore qual è il tuo figlio preferito!

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Ho visto che hai preso parte a Sanremo con la Banda del Fuoco di Roy Paci, come è stata?

L’esperienza è stata molto divertente! Già solo il fatto di essere con I soliti Idioti, Biggio e Mandelli, lasciava intravedere un clima molto euforico. Eravamo con Roy Paci, con cui abbiamo già collaborato e con il quale abbiamo un rapporto di amicizia splendido. La Banda era composta da 12 musicisti, unisci Roy, Biggio e Mandelli.. era veramente una squadra di cialtroni e casinisti! Seriamente parlando, è stato interessante affacciarsi al mondo del mainstream e valutarne la qualità, per noi che proveniamo da una realtà underground. Confrontarsi è sempre stimolante.

Quale è l’esperienza che ti è rimasta più impressa?

Guarda, una volta è successo un fatto assurdo. Ci hanno ingaggiato per suonare a una festa privata alle Hawaii ed è stato incredibile pensare di andare a esibirci fin dall’altra parte del mondo! Per il resto, ogni festival a cui abbiamo partecipato ha con sé un bellissimo ricordo, ognuno ti lascia dentro qualcosa che non puoi dimenticare.

Progetti futuri?

Suonare, suonare, suonare, suonare.. proseguire con tanti concerti, portare in giro la nostra musica, riprendere a scrivere.

Chiara De Carli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fotografie di ©Manuela Liotto

 

 

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