Foibe, la stagione dell’odio

di Laurenzo Ticca

Non sappiamo se, come scriveva Gramsci: “la verità è sempre rivoluzionaria”. Ciò che sappiamo è che oggi 10 febbraio, si celebra “Il giorno del ricordo“, si commemora una pagina di storia che, a lungo, la sinistra italiana (non solo essa per la verità) ha rimosso, negato, occultato sotto il manto della menzogna. Sacrificandola sull’altare degli interessi politici e degli equilibri internazionali. Ciò che sappiamo è che se quella ed altre verità fossero state confessate per tempo oggi, forse,  non assisteremmo a questo lento inesorabile disfacimento dell’idea di politica.

A partire dal 1944 un gran numero di italiani, 250.000 secondo molti storici, abbandonarono Fiume, Zara, l’Istria, la Dalmazia, terre passate sotto il regime comunista di Tito. Un esodo doloroso, sofferto, spesso circondato dalla indifferenza, dalla ostilità. Strappati alle loro case alle loro terre ai loro affetti.

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L’esodo, parola dalle risonanze bibliche, fu l’epilogo  di una tragedia cominciata con la Seconda Guerra Mondiale, proseguita con la politica criminale nei Balcani del regime fascista, conclusasi con la vergogna delle foibe, cavità carsiche nelle quali vennero gettati migliaia di italiani (in molti casi ancora vivi) colpevoli, agli occhi delle milizie jugoslave, solo di essere italiani. Si trattò di pulizia etnica. Non c’è altro termine per descrivere le atrocità commesse.

La sostituzione fisica degli italiani avrebbe dovuto costituire la condizione necessaria per costruire una nuova società negando l’impronta che si era storicamente consolidata in quelle terre. A poco vale ricordare che prima degli infoibamenti, le camicie nere, protagoniste a loro volta di un progetto che tendeva a snazionalizzare quelle aree  si accanirono sugli slavi versando il sangue di decine di migliaia di uomini e donne. Gli stupri, i massacri, i villaggi distrutti le deportazioni ordinate dagli uomini del generale Roatta e degli altri gerarchi fascisti, non possono giustificare i crimini  commessi sugli italiani.

Semmai concorrono a definire una stagione di sangue e brutalità che una volta per tutte bisognerebbe riconoscere in tutto il suo abominio invocando rispetto e pietà per i morti e chiedendo, a chi si prepara a raccogliere voti su quella memoria dolorosa, di fare silenzio. Almeno per un giorno. 

 

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