Franz Liszt e il suo tentativo (fallito) di fare opera

liszt1di Alessandro Arndt Mucchi

La discussione sul rapporto tra le arti è come quella su cani e gatti, ci sono delle parti ben precise, idee consolidate, preferenze personali e difficoltà a trovare una verità oggettiva, almeno se si affronta il tema a una cena tra amici, senza pretesa di arrivare a un punto ma solo per il piacere di fare due chiacchiere. Il partito dei gatti vi dirà che non vi filano perché sono superiori, mentre secondo quello dei cani “proprio non potete capire il legame di fedeltà che c’è tra me e fido”. Un po’ come l’amante di scultura che confesserà di perdersi nelle forme di Boccioni mentre lo scrittore vi dirà che come Prevert niente conquista una donna. Il musicista dite? Lui probabilmente sta zitto, che tanto lo sa di avere ragione.

“La musica”, scrive Liszt, “va incontro alle più diverse necessità della nostra anima e le colma di tutte le impressioni di cui è capace. Non si farà sfuggire nessuno degli stati d’animo di noi stessi.” Il compositore ungherese di cui oggi ricorre il duecentocinquesimo anniversario di nascita aveva ben chiara la capacità della musica di conquistare il pubblico: “A parte il dramma, nessuna arte richiama tante folle quanto la musica, cui partecipano in numero sempre maggiore molti praticanti. Essa partecipa alla vita esteriore e chiassosa come al destino delle singole anime, ai loro dolori e alle loro gioie, risuona nel tempio come nel bosco.”

La distinzione dal dramma non è casuale quando si va ad analizzare l’elenco di creazioni del musicista, un elenco nel quale l’opera sembra non trovare spazio. A frugare un po’ più a fondo si scoprono vari tentativi di comporre opere mai andati a buon fine se non nel caso del “Don Sanche, ou Le château de l’amour”, opera in un atto composta tra 1824 e 1825, poi sparita dai riflettori per essere eseguita in età moderna per la prima volta solo nel 1977. Liszt insomma sapeva bene quanto il dramma potesse attirare ascoltatori, ma le critiche generalmente negative al suo tentativo nel genere devono averlo messo in crisi su quel fronte.

Non deve stupire che Liszt, praticamente una rockstar dell’epoca, si scontri con lo scoglio dell’opera lirica. Opera e musica strumentale, ma anche opera e canzoni (genere che invece compare qualche decina di volte nel catalogo dell’ungherese) sono simili, ma profondamente diverse, così come lo sono cantanti e musicisti. “Come il delfino non è nella stessa famiglia dei pesci, così il cantante non è in quella dei musicisti,” dice con un esempio calzante il violinista russo Aleksej Igudesman.

Ai fini della discussione da tavolo in realtà la distinzione tra opera e musica strumentale non ha molto senso visto che, proprio come dice Liszt, il canto ha quella marcia in più che gli permette di battere a livello emozionale tutto il resto. In pochi scoppiano in lacrime di fronte a un Michelangelo, ma tutti sappiamo cosa succede quando sentiamo quella canzone che ci ricorda una persona o un momento preciso, e  anche il meno appassionato e colto non può che cedere al motivetto del momento costruito proprio per acchiappare.

Liszt dunque sapeva, ci ha provato, ha fallito. Ma va bene così, lo ricordiamo come esecutore mirabile (non ci sono chiaramente registrazioni, ma i commentatori dell’epoca son tutti una lode) e compositore d’avanguardia (a lui si deve l’invenzione del poema sinfonico e l’esplorazione della trasformazione tematica), mica cosucce da niente insomma.

 

 

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