E fu così che Borges si trasformò in un aggettivo

Jorge_Luis_Borges_(crop)di Francesca Radaelli

Sono passati più di trent’anni dal 14 giugno 1986, giorno della morte, a Ginevra, di Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino, nato a Buenos Aires nel 1899. Fu creatore di luoghi fantastici come la biblioteca di Babele, l’universo infinito che raccoglie tutti i libri del mondo,  quelli scritti e quelli ancor da scrivere, tra i quali si nasconde il libro della verità. Oppure come il giardino dei sentieri che si biforcano, il libro che contiene in sé tutti le conseguenze possibili di ogni evento. Ma anche colui che rese infinitamente simbolico il senso di oggetti come l’Aleph,  punto di inizio e fine del mondo, gli specchi, il deserto, le spade e le tigri. Soprattutto, i labirinti.

Il mondo per  Borges è un labirinto, ossia “un edificio costruito per confondere gli uomini”, un labirinto spaziale e temporale, in cui si intrecciano realtà e ‘finzioni’ (parola che costituisce il titolo di una sua celebre raccolta di racconti), passato, presente e futuro. Un labirinto in cui la menzogna è letteratura, e non a caso si racconta che il primo racconto scritto da Borges consistesse nella recensione di un libro mai scritto.

Bibliotecario a Buenos Aires fino all’allontanamento da parte del regime peronista, fu amante delle enciclopedie, di Dante, Calderon de la Barca e della cultura araba.  “Sono cieco e ignorante, ma intuisco che sono molte le strade”, disse quando divenne completamente cieco,  in seguito a una malattia agli occhi. Una circostanza che in qualche modo finì per accrescere ulteriormente il fascino della sua figura.

E Jorge Luis Borges non poteva che diventare lui stesso  personaggio letterario di culto, fonte di ispirazione per tantissimi scrittori moderni, tra cui gli italiani Italo Calvino e Umberto Eco. C’è Borges in persona dietro al personaggio di Padre Jorge del Nome della Rosa, ci sono i labirinti ‘borgesiani’ dietro al Castello dei destini incrociati di Calvino. Borgesiani, appunto.

Jorge Luis Borges, morto trent’anni fa, oggi è diventato un aggettivo. Simbolico, immortale e potenzialmente infinito come i mondi fantastici cui fu capace di dare forma.

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