Fuori fase cap. 2: la burolingua

di Marco Riboldi

La seconda puntata di “fuori fase” riguarda un altro aspetto della comunicazione. Qualche tempo fa ho esposto qualche opinione sul linguaggio “politicamente corretto” e sulla mentalità relativa.

Oggi vorrei occuparmi  di un altro affascinante fenomeno comunicativo: la burolingua, ossia quello specialissimo codice che utilizza chiunque scriva una legge, ordinanza, circolare, comunicazione in qualche modo “ufficiale”.

Vorrei partire con un esempio, un po’ vecchio, ma secondo me luminoso. (anche se l’esempio riportato nelle ultime righe di questo articolo, secondo me stabilisce un record).

Se chiedessimo a 100 cittadini italiani di qualsiasi età, classe sociale, cultura come si chiama una persona che vive in un casa in affitto, credo che 99 risponderebbero indicando le parole “inquilino” o  “affittuario”.

Chi è il centesimo cittadino? Il geniale estensore della legge sull’equo canone che ha definito l’inquilino “conduttore”.

Ora, se mai mi capitasse di incontrare questo ignoto manipolatore della lingua italiana mi piacerebbe domandargli da quale perversione logica sia scaturita questa invenzione e, soprattutto, se ha provato a domandare a qualche suo amico o parente, magari con qualche anno sulle spalle, se fosse o no un “conduttore” di appartamento: credo che non avrebbe avuto molto successo.

In ogni ufficio pubblico ( e non solo) della nostra beneamata Repubblica deve esserci un manipolo di funzionari con il compito di rendere incomprensibile ad un normale lettore il linguaggio dei loro parti mentali.

Non si spiegherebbe diversamente la nascita di cartelli che proibiscono di transitare in una strada “con acceleratori di velocità” (sono i pattini e i  monopattini: su la mano chi lo ha capito. Io l’ho letto su un quotidiano) o di salire su un mezzo di trasporto senza un “titolo di viaggio” (biglietto od abbonamento, ovviamente “obliterato”, termine che ormai abbiamo imparato, ma che inizialmente ha allibito tutti, dai braccianti ai docenti universitari di fisica teorica ) e via fantasticando.

Non voglio moltiplicare gli esempi che, in alcuni casi, sono di una comicità irresistibile.

Però la faccenda non è solo divertente.

Se, per esempio, per il vostro lavoro dovete misurarvi con una legge, ordinanza o simile la questione si fa pesante.

Tali documenti in genere partono con righe, se non pagine, di “visto”, “considerato”, “tenuto conto”, ecc. cui corrispondono altrettante citazioni di altre norme; poi inizia l’”articolato” (cioè il testo vero e proprio) che è in genere irto di frasi subordinate che si intrecciano in modo inestricabile e  di termini come il sopracitato “conduttore”.

E’ vero che si trova anche il testo commentato, cioè quello che riporta per ogni citazione il relativo testo indicato; ma si può vivere così?

Quanto tempo si impiega a capire cosa si può fare e cosa no, in un caso determinato?

E quanto costa ad una impresa, magari di ridotte dimensioni e pochi dipendenti,  comprendere con o senza l’aiuto di professionisti? E dove finiscono questi costi?

La scarsa chiarezza, la lungaggine infinita, il linguaggio per addetti ai lavori, cui si aggiungono i termini stranieri inutilmente usati al posto del corrispondente italiano… tutto ciò provoca una conseguenza grave: il cittadino è estromesso dalla efficace conoscenza e deve necessariamente affidarsi al mediazione di funzionari o di “esperti”.

A ciò un malizioso potrebbe aggiungere che più la norma è oscura, più esiste la  possibilità di  “interpretarla”, magari a vantaggio di uno e  a discapito dell’altro: ma noi non siamo maliziosi…

Gli studi di illustri linguisti hanno evidenziato che, dell’enorme patrimonio linguistico della lingua italiana, vengono comunemente utilizzate, per la comunicazione quotidiana, circa 6.500 parole (in realtà per  il 90% dei discorsi ne bastano molto meno, secondo la enciclopedia Treccani, e alcuni addirittura calcolano in un migliaio di parole l’abituale lessico del cittadino medio).Il linguaggio burocratico - Docsity

A questo punto mi permetto di avanzare una modesta proposta: non si potrebbe raccogliere in un manuale per legislatori d’ogni genere e funzionari d’ogni specie il vocabolario minimo da tutti compreso ed utilizzato e obbligare a usare solo le parole comprese in tale manuale ? (eventualmente, in caso fosse indispensabile introdurre una parola estranea si dovrebbe essere tenuti a specificarne il significato preciso e il contesto esatto). 

Cosa dite? Che in tal caso il rischio grave è che tutti comprendano quel che si vuole dire? In effetti il pericolo c’è: i tanti oscuri detentori del potere di dire astrusità facendole pagare al cittadino  sarebbero costretti a fare i conti con la reazione del cittadino medesimo.

Se non vogliamo partire con un progetto tanto ambizioso, potrei suggerire, come già detto in un’altra occasione, di diffondere tra giornalisti, consiglieri e deputati vari l’utilizzo di una parolina micidiale, il “cioè?”.

Se ogni volta che qualcuno ci propina frasi incomprensibili chi può farlo inchiodasse l’incauto ed oscuro propagatore di astruserie con un semplice “cioè?” ripetuto fino a chiarezza raggiunta…che rivoluzione sarebbe!

P.S. Niente da fare. Non ci riescono.

Avevo appena terminato di scrivere questi articolo, quando ho letto sul “Corriere della sera” (27 giugno, pag. 3) che le “Linee guida” per la riapertura del prossimo anno scolastico forniscono un altro inestimabile gioiello.

Gli studenti, si sa, devono stare a distanza. Di quanto? Di un metro. E da dove a dove si misura questo metro? Beh, visto che la trasmissione  avviene anche tramite le goccioline di saliva che si emettono parlando o tossendo, si potrebbe prende la distanza da bocca a bocca. Facile no?

Traduzione del burocrate di turno: la distanza va presa dalle rispettive “rime buccali”

Il solerte giornalista (e il povero preside chiamato ad applicare la legge) consulta la Treccani e scopre che rima buccale é “l’apertura  delimitata dalle labbra a forma di fessura trasversale tra le due guance (buccae)”.

Eh già, più chiaro di così!

Chi non parla di rime buccali almeno una volta al giorno?